lunedì 3 ottobre 2016

[IlBigotto] - Figli e vittime dell’intrattenimento liturgico

La liturgia della Chiesa cattolica, tra le numerose analisi con le quali la si potrebbe studiare, molte delle quali più pertinenti e urgenti di questa, è ormai trattata (e celebrata) con i criteri e i metodi dell’intrattenimento. Per questo motivo parlo di intrattenimento liturgico. Tutto questo non è figlio del caso, ma, da una parte, di una studiata volontà, e dall’altra di una specifica indifferenza a cui va aggiunta una buona dose di mediocrità che non manca mai quando si deve procedere verso il degrado.

Al di là dei singoli casi specifici, sui quali si potrebbero scrivere trattati per l’ipocrita contraddizione di principi ripetuti come slogan e mai applicati o, peggio, applicati in maniera ridicola, c’è un’idea comune che sottintende questo esercizio dell’intrattenimento liturgico. Esercizio che rende, soprattutto a noi fedeli, figli e vittime dell’intrattenimento liturgico.

Perché figli

Siamo innanzitutto figli, perché in questa cultura, in questa mentalità, in questo copione scenico siamo stati educati e cresciuti e questo consideriamo vero, sano, addirittura santo. Tanto che consideriamo splendido il mediocre e pensiamo di essere difensori del bello quando condanniamo le esagerazioni, che però sono solo le esasperazioni della mediocrità, non quelle della santità. Ecco allora che ragioniamo sulla liturgia come se essa fosse un format televisivo, uno spettacolo da guardare, con – una delle tante – l’ipocrita eterogenesi dei fini dell’actuosa partecipatio, della partecipazione attiva. Il fulcro e il cuore dell’intrattenimento liturgico è lo showman, il sacerdote, che anima e intrattiene (appunto) il pubblico con discorsi emotivante (forse) coinvolgenti ma che, altrettanto ovviamente, fanno acqua dal punto di vista prettamente dottrinale (ma si prefiggono altri obiettivi). Ecco allora le trovate geniali, il coinvolgimento emotivo, le battute continue, l’esaltazione di sé stessi, il muoversi sul palco (quello che una volta era il presbiterio: uno spazio, appunto, riservato ai presbiteri dove oggi si alternano le comparse dello show), il mantenere alta la concentrazione con continui e repentini cambi di scena. E, soprattutto, l’assenza di silenzio. Una liturgia, un’azione sacra, contempla il silenzio, la meditazione, la preghiera, il raccoglimento, uno spettacolo no. Esso, al massimo, può sopportare delle pause pubblicitarie che, nell’intrattenimento liturgico, divengono quelle parti fisse della liturgia cattolica (liturgia della parola, preghiere, consacrazione) delle quali non sono ancora riusciti a liberarsi per mantenere una parvenza (nulla di più) di cattolicità.

Perché vittime

Ma siamo, soprattutto, vittime perché non è questo che ci salva. E non ci salva, innanzitutto, per rimanere nei termini dell’intrattenimento liturgico, perché al massimo distrae, sposta l’obiettivo da quello che dovrebbe essere (Dio) a quello che dicono dovrebbe essere (noi stessi) a quello che realmente è (il prete-showman). Ma poi, ancora più gravemente e seriamente, siamo vittime perché non è l’intrattenimento liturgico a santificarci. Esso è una più o meno mediocre caricatura di qualcosa di molto lontano dalla serietà prima ancora che dalla santità. Esso è un rito sociale, non divino. È una tradizione culturale, non ecclesiale. E si sente tradizionalista e difensore della tradizione chi custodisce le invenzioni, l’intrattenimento liturgico, l’esaltazione del prete in un rito, il Novus Ordo (anche se oggi nelle parrocchie è celebrato altro, non formalizzato in documenti magisteriali) che doveva essere – ancora l’ipocrita eterogenesi dei fini – meno clericale di quello, cosiddetto, antico. Siamo vittime perché non abbiamo potere. Siamo vittime perché chi ama la fede e la Verità non usa la violenta arroganza dei novatori. Siamo vittime perché questa è la merce avariata presente nella maggior parte delle realtà ecclesiali (chi più chi meno) e quei pochi che ancora pensano che essere cristiani sia una cosa seria, fanno fatica, sbeffeggiati e perseguitati dai maestri della novità che soffrono di vari problemi nei confronti del passato. Siamo vittime perché così siamo condannati all’oblio e a non santificarci. Dio, quello vero, saprà rimediare, ma l’intrattenimento liturgico rimane una mentalità da condannare, per quanto chi dovrebbe farlo è connivente o indifferente perché preoccupato d’altro piuttosto che di Dio.

Si continua a denunciare, sperando che qualcuno voglia provare a capire piuttosto che emarginare chi, come il bigotto che scrive, rimane umiliato nella propria intelligenza e ferito nella propria fede ad assistere a spettacoli umani (al di là della loro bellezza) laddove si dovrebbe fare di tutto per permettere al divino di penetrare. Ma tra chiacchiere, ironie, intermezzi musicali e riti e segni inventati di sana pianta, per il Padreterno non c’è posto, se non per quello che impugna il microfono.

IlBigotto

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