mercoledì 1 febbraio 2017

[IlBigotto] – Religione e futuro nella crisi del presente

La lettura del libro di Sergio Quinzio, Religione e futuro, ha riproposto alla mia mente alcune riflessioni, laceranti e drammatiche, specie perché si riferiscono a questioni fondamentali e sono accompagnate da un disarmante scoramento: che si può fare? Probabilmente niente, per tanti motivi che non ha senso, ora, esporre. Mi limito, per ora, a lamentare, citazioni alla mano, la tragedia che siamo costretti a vivere e a subire.

Il mondo moderno ha vinto la religione: di questa realtà è necessario prendere chiaramente coscienza. Il mono moderno dà una spiegazione del perché la religione è vinta, ponendo la religione all’inizio della catena evolutiva di cui il mondo moderno rappresenta il vertice e riuscendo così a darne una interpretazione e una valutazione, a separarne, secondo un certo criterio, gli aspetti positivi dagli aspetti negativi. Ma la religione non dà una spiegazione del perché il mondo moderno è vincitore, non sa spiegare il perché della sua sconfitta, non può quindi far altro che recriminare sul passato, chiudersi in sé, smaniare, protestare. Perché la religione è morta? Questo è il fondamentale problema di religione, oggi”.

Il problema è che la religione ha smesso di dare risposte, ripiegandosi sulle esperienze. Esperienze di cui, l’uomo contemporaneo, oltretutto, non sa che farsene, stordito com’è. Inoltre le esperienze della religione sono una patetica imitazione di quelle del mondo, tanto che finiscono nel ridicolo. Come quelle realizzate nelle liturgie, nell’amministrazione dei Sacramenti, celebrando il niente, la miseria, la banalità e la mediocrità, arrivando al punto di dubitare, seriamente, che ci siano le basi per la validità.

Il problema, come spesso di crede e si dice, non è che si dicono male le cose, che si usa un linguaggio non adatto (ignorando che il mezzo è il messaggio), ma che non si dice niente. Non si danno risposte perché non ci sono, perché non ci si crede. Abbiamo educato generazioni (e lo stiamo continuando a fare) di simpatici bamboccioni, imbottiti di niente, al fast food della religione. Non c’è, quindi, da stupirsi o ingaggiare guerre contro qualcuno se oggi il livello è quello che è, se non si sa nemmeno cosa significhi essere cristiani, se si è persa, uccisa, la novità dell’essere di Cristo, se si è arrivati al punto che ognuno crede ciò che vuole e ha la pretesa che quello significhi essere cristiano. Per questo:

"La maggior parte di coloro che fanno battezzare i loro figli sono d'accordo nel pensare che sarebbe molto più logico farli battezzare in età matura, quando potrebbero loro stessi capire, e scegliere di essere o di non essere battezzati. Non vedono invece niente di illogico nel fatto che gli stessi bambini vengano vaccinati contro il vaiolo e contro la poliomielite, e non si sognerebbero neppure di pensare che potrebbe essere più logico lasciare che crescano e che optino loro stessi pro o contro la vaccinazione. In realtà, battezzare i neonati è altrettanto logico, o illogico, quanto vaccinarli, ma la differenza sta tutta nel fatto che un uomo del ventesimo secolo non sa riconoscere il senso di un rito religioso, sacro, e cioè di collegamento con quell'assoluto che da secoli è scomparso dal suo orizzonte."

L’esperienza dolorosa del vaiolo e della poliomielite possiamo sapere cosa significa; l’esperienza della dannazione eterna no. Per questo fondare tutto sulle esperienze non produce niente se non una perdita di fede; perché ci concentriamo su ciò che produce un’esperienza, un tornaconto, positiva. Ecco perché la religione e la fede sono diventate ideologie sociali, concentrate sui bisogni del mondo, senza avere la capacità e la forza di potersi davvero occupare di esse, senza avere gli strumenti per potervi porre rimedio, per quanto parziale, ma almeno un rimedio che non sia il triste e odioso gioco degli slogan e delle parole.

Caratteristica tipica di tutti i periodi di crisi è la mancanza di unità, la dispersione in mille rivoli contrastanti, il cui insieme è il caos. Così la politica, che nelle grandi epoche creatrici dell’umanità non si distingueva dalla filosofia né dalla religione, ma costitutiva un tutt’uno con la vita della società in tutte le sue manifestazioni, è oggi una specializzazione, o meglio ancora un mestiere. Oggi la politica è declassata a tecnica a prassi; le idee, gli scopi ultimi, le ragioni profonde sono al di fuori.

Sostituire politica con religione e il discorso non cambia. La crisi è in atto e la negano i ciechi e chi la perpetra per diversi motivi. Il problema è porvi rimedio, ma non è una preoccupazione di chi può imprimervi una svolta consistente – e non è un discorso di politica ecclesiale o di fantavaticano sulle fazioni per questo o quel pontefice o questo o quel prete -. Il problema è serio, drammatico. Forse è anche inutile piangerci sopra, così come è inutile rivendicare il passato. In gioco c’è l’eternità, che si gioca nel presente. Tutto il resto è, parafrasando una nota canzone, noia. È noioso doversi preoccupare di altro che non sia la propria salvezza, la propria santità.Inizio modulo


venerdì 27 gennaio 2017

[IlBigotto] – Che cos’è un uomo?

Ricorre la Giornata della Memoria. E, con tutti gli aspetti ridicoli degli atti religiosi della civiltà laicista, oggi ci si sforza di essere umani, di essere attenti, rispettosi, e tante altre cose che, fino a ieri e, da domani, non ci saranno più.

Queste giornate sono come le feste dei calendari religiosi, solo che quelle andavano demolite perché ingabbiavano l’uomo, queste invece vanno rispettate e celebrate, pena il fallimento dell’ideologia laicista. La differenza passa tra la libertà di aderire a un Dio e quella di essere schiavi di uno Stato.
Uno Stato che si inumidisce gli occhi e tramite i suoi sacerdoti brucia si prodiga nelle omelie di discorsi pieni di retorica e privi di una qualsivoglia possibilità di redenzione, perché i cattivi sono gli altri e noi siamo buoni perché non facciamo come loro.

Eppure, ad un’analisi piuttosto sommaria e superficiale (cioè che si fermi alla superficie, ma non per questo meno importante), noi non siamo diversi da loro. Non siamo diversi da chi, in nome di un’ideologia, ha stabilito chi aveva la dignità di essere persona e quindi di vivere e chi non ce l’aveva e per questo, nemmeno per una colpa, andava perseguito e fatto fuori; per costruire la razza ariana, dicevano.

Cosa c’è di diverso con noi che oggi perseguiamo e facciamo fuori chi non è sano (aborto e eutanasia), chi non è felice (eutanasia), chi non è corrispondente agli standard dei desideri (eugenetica e manipolazioni varie)?

Qual è la differenza? Forse, oggi, nel modo. Non più lager, ma cliniche ospedaliere. Non filmati in bianco e nero che ancora feriscono l’anima di chi non l’ha soffocata appresso ai piaceri, alle esperienze o alle ideologie, ma spot pubblicitari, campagne mediatiche e slogan dei politicanti e deli liberi muratori e pensatori, colorate e che piacciono, che comunicano esperienze.

Qual è la differenza? Nessuna. C’è sempre qualcuno che stabilisce chi ha il diritto di vivere o che stabilisce come ognuno debba vivere. Ebrei, cattolici, omosessuali, zingari, disabili e molti altri un tempo? Cattolici, uomini religiosi, disabili, non progressisti e molti altri oggi. C’è sempre chi, tramite l’applicazione di etichette, chi deve dividere le persone in buoni e cattivi, una versione aggiornata del pollice verso antico nelle arene digitali piuttosto che in quelle dei gladiatori.

E le etichette, applicate alle persone, non spiegano, ma nascondono, coprono, soffocano. E in ogni caso ignorano l’uomo, la persona che c’è dietro. Perché le etichette non spiegano, non si vuole spiegare, perché per spiegare bisogna ascoltare, accogliere e capire e per fare tutto questo c’è bisogno di qualcosa (e forse Qualcuno) che ci trascenda, che sia sempre lo stesso e non cambi in base alle rivoluzioni storiche, ai colpi stato, agli inciuci dei partiti e alle pressioni delle lobby.

Che cos’è un uomo? Rispondere a questa domanda, prima di stracciarsi ipocritamente le vesti per ciò che in passato è accaduto e oggi si ripete, forse per molti aspetti – perché più subdolo – in maniera anche più grave e totalizzante.

Risposte, non esperienze. Non è facile, perché rispondere chiede di esprimersi e comunicare la propria esistenza, che emerge dalla massa dei numeri e si toglie la maschera dell’avatar. Farlo espone a rischi, perché la violenza dell’uomo non si cancella mai del tutto e prenderne consapevolezza, in questa società che il massimo della reazione che riesce a concepire sono gli hastag e i flash mob, è piuttosto complicato.


La storia non ha insegnato niente e questo qualcosa dovrebbe insegnare, ma non ci sono maestri e in qualche modo, volenti o no, bisogna arrangiarsi.