martedì 7 aprile 2015

«Disponete i libri» diss’egli brevemente.
In silenzio le bambinaie obbedirono. Fra i vasi di rose furono distribuiti in bell’ordine i libri — una fila di in quarto per l’infanzia aperti in modo invitante — ciascuno su un’immagine gaiamente colorata di quadrupede, di pesce o di uccello.
«Ora portate i bambini».
Uscirono in fretta dalla stanza e rientrarono dopo pochi minuti spingendo ciascuna una specie di scaffale su ruote i cui quattro ripiani di rete metallica erano carichi di bambini di otto mesi, tutti esattamente precisi (un Gruppo Bokanovsky, era chiaro) e tutti (poiché appartenevano alla casta Delta) vestiti di cachi.
«Metteteli in terra».
I bambini furono scaricati.
«Adesso voltateli in modo che possano vedere i fiori e i libri».
Appena voltati, i bambini tacquero immediatamente: poi cominciarono a strisciare verso quelle masse di colori brillanti, quelle forme così allegre e vivaci sulle pagine bianche. Mentre si avvicinavano, il sole uscì da un momentaneo eclissi dietro una nube. Le rose si infiammarono come per effetto d’una improvvisa passione interna; un’energia nuova e profonda parve diffondersi sulle brillanti pagine dei libri. Dalle file dei bambini striscianti uscivano piccoli gridi di eccitazione, gorgoglii e cinguettii di piacere.
Il Direttore si fregò le mani. «Benissimo!» disse. «Sembra quasi che sia stato fatto apposta».
I più veloci erano già giunti alla meta. Le manine si allungarono incerte, toccarono, afferrarono, sfogliando le rose transfigurate, sgualcendo le pagine illustrate dei libri. Il Direttore attese che tutti fossero allegramente occupati. Poi disse: «State bene attenti». E alzando la mano, diede il segnale.
La Bambinaia in capo, che stava in piedi vicino a un quadro di comando, abbassò una leva.
Vi fu una violenta esplosione. Acuta, sempre più acuta, fischiò una sirena. I campanelli d’allarme squillarono disperatamente.
I bambini sussultarono, urlarono; i loro visi erano alterati dal terrore.
«E ora», gridò il Direttore (poiché il rumore era assordante) «ora procediamo a rafforzare l’effetto della lezione mediante una leggera scossa elettrica».
Agitò di nuovo la mano e la Bambinaia in capo abbassò una seconda leva. Di colpo i gridi dei bambini mutarono di tono. C’era qualcosa di disperato, di folle quasi, negli urli acuti e spasmodici che essi ora emettevano. I loro piccoli corpi si contraevano e si irrigidivano; le loro membra si agitavano a scatti come sotto l’azione di fili invisibili.
«Noi possiamo far passare la corrente elettrica su tutta questa zona del pavimento» gridò il Direttore a guisa di spiegazione. «Ma basta ora» e fece un cenno alla Bambinaia.
Le esplosioni cessarono, le suonerie si quietarono, l’urlo delle sirene scese di tono in tono sino a smorzarsi. I corpi, che si agitavano, e si irrigidivano, si distesero, e ciò che era stato singhiozzo e urlo di bambini impazziti si allargò di nuovo in urla normali di terrore ordinario.
«Offrite loro ancora i fiori e i libri».
Le bambinaie obbedirono; ma, all’avvicinarsi delle rose, alla semplice vista di quelle immagini gaiamente colorate del micio, del chicchirichì, della pecora che fa bee bee, i bambini si tirarono indietro terrorizzati; l’intensità delle loro urla aumentò improvvisamente.
«Osservate» disse il Direttore trionfante «osservate».
I libri e il fracasso, i fiori e le scosse elettriche: già nella mente infantile queste coppie erano unite in modo compromettente; e dopo duecento ripetizioni della stessa o d’altre simili lezioni, sarebbero indissolubilmente fuse. Ciò che l’uomo ha unito, la natura è impotente a separare.
«Essi cresceranno con ciò che gli psicologi usavano chiamare un odio “istintivo” dei libri e dei fiori. I loro riflessi sono inalterabilmente condizionati. Staranno lontano dai libri e dalla botanica per tutta la vita». Il Direttore si rivolse alle bambinaie: «Portateli via»
[…]
Uno degli studenti alzò la mano; e benché capisse molto bene perché non si poteva permettere alle caste inferiori di sprecare il tempo della comunità coi libri, e che c’era sempre il rischio che essi leggessero qualcosa capace di alterare in modo non desiderabile uno dei loro riflessi, tuttavia… ebbene, non riusciva a comprendere la faccenda dei fiori. Perché darsi tanta pena per rendere psicologicamente impossibile ai Delta l’amore dei fiori?
Con pazienza il Direttore fornì le spiegazioni. Se si faceva in modo che i bambini si mettessero a urlare alla semplice vista di una rosa, era per delle ragioni di alta politica economica. Non molto tempo prima (un secolo o giù di lì) i Gamma, i Delta e persino gli Epsilon venivano condizionati ad amare i fiori, i fiori in particolare e l’aperta natura in generale. L’intenzione era di far loro desiderare di andare in campagna a ogni occasione che si presentasse, e perciò di costringerli a far uso di mezzi di trasporto.
«E non facevano uso di questi mezzi?» chiese lo studente.
«Si, e molto», rispose il Direttore «ma non consumavano altro».
Le primule e i paesaggi, egli fece notare, hanno un grave difetto: sono gratuiti. L’amore per la natura non fa lavorare le fabbriche. Si decise di abolire l’amore della natura, almeno nelle classi inferiori; di abolire l’amore della natura, ma non la tendenza ad adoperare i mezzi di trasporto. Era infatti essenziale che si continuasse ad andare in campagna, anche se la si odiava. Il problema consisteva nel trovare una ragione economicamente migliore della semplice passione per le primule e i paesaggi. Ed era stata trovata.
«Noi condizioniamo le masse a odiare la campagna» concluse il Direttore. «Ma contemporaneamente le condizioniamo ad amare ogni genere di sport all’aria aperta. Nello stesso tempo facciamo sì che tutti gli sport all’aria aperta rendano necessario l’uso di apparati complicati. In questo modo si consumano articoli manufatti e si adoperano i mezzi di trasporto. Ecco la ragione delle scosse elettriche».
«Vedo» disse lo studente: e si tacque, perso in ammirazione.

[A. Huxley – Il mondo nuovo]