lunedì 13 aprile 2015

Così è l'amore


Mi chiamo, anzi no, non rivelo il mio nome, esso non è importante. La mia storia, quello che voglio raccontare, è importante e non voglio legarlo al mio nome. Sono un ragazzo di cui anche l’età non è importante. Quanto sto per dire è inevitabilmente legato a me, alla mia storia e ai miei anni, ma voglio che si stacchi da essi, per non pensare che quanto mi è accaduto è stata una disgrazia personale; essa, invece, è stata una disgrazia universale.

Io amo la natura. Fin da bambino sono sempre rimasto affascinato dalla creazione, da tutto ciò che ci circonda e che è incontaminato. Ho sempre desiderato vivere in un giardino, dove la natura è rimasta quello che è. crescendo ho affinato questa passione, questo desiderio di verde, di bellezza, di freschezza e delicatezza. La natura sa sorprenderci e questa sorpresa volevo fosse il senso della mia esistenza. Una vita spesa al servizio della natura. Un gran progetto, davvero.

Che poi mi vengono i brividi se penso che questo mia decisione di dedizione e consacrazione totale alla natura è maturata, da bambino, di fronte a un trauma grandissimo. Forse è stato tale proprio perché ero un bambino, ancora non navigato nelle cose della vita. Fatto sta che allora potevo rinunciare a tutto e a tutto rinunciai per amore. Sì, l’amore per la natura.

Avevo iniziato a coltivare delle piccole piantine sul balcone della mia cameretta. Erano i miei primi approcci con quell’obiettivo di “mettere verde laddove non c’è” (come recita il motto della mia associazione), che solo negli anni successivi formulai così precisamente. Ero entusiasta di questa missione, di questa passione che ogni giorno mi vedeva impegnato a prendermi cura di lei. E lì sorsero i problemi. Non sapevo cosa fare. Ero letteralmente ignorante in materia, spinto soltanto da tanta passione ed entusiasmo e voglia di fare e non stare con le mani in mano.

Fu così che agii in maniera, solo ora posso dirlo, scellerata. Volevo che la mia piantina fosse sempre ricoperta delle mie attenzioni (così come sentivo dire e ripetere per altre questioni), alla quale non far mancare niente e mai lasciarla senza niente; volevo che sperimentasse la mia vicinanza, il mio affetto, i miei interessi verso di lei.

Fu così che la uccisi.

Versai per troppi giorni troppa acqua e la soffocai proteggendola troppo per troppi giorni per ripararla dalle intemperie di quella stagione. La mia piantina morì. E fui sul punto di lasciar perdere tutto. Mi sentivo responsabile, colpevole, incapace e, frustrato, un inetto fallito. Non ero chiamato a fare questo, dovevo cercare altrove. E altrove cercai senza trovare. Trovai solo quando ritrovai e ritornai alla mia passione d’origine. Ma rimasi paralizzato di fronte a quel ricordo.

Capii che potevo riprovare, e riuscire, solo quando qualcuno mi spiegò che c’è una dose giusta d’acqua da dare alle piante e che c’è un modo corretto per ripararle senza soffocarle. Da allora imparai tante cose nuove e necessarie perché le mie piantine potessero vivere. E più imparavo più studiavo. E più studiavo e più capivo che in amore l’improvvisazione è una droga: conquista, stordisce e poi ti abbandona.


Io