lunedì 2 dicembre 2013

Quando leggi certi articoli, la prima cosa che fai è quella di chiudere il giornale per leggerne la testata. Il sospetto che ti sia capitato tra le mani una rivista protestante o di qualsiasi altra eretica (eh sì, così si dice) confessione, setta o religione ti viene. Quando invece scopri, o confermi i sospetti, che il giornale in questione è un settimanale diocesano (nello specifico della Diocesi di Casale Monferrato) ti sale lo sconforto mescolato a una notevole irritazione. Ma la seconda si placa subito dopo l’istinto iniziale, quello che resta, invece, è l’afflizione, la desolazione per la mediocrità e l’ignoranza nelle quali il dibattito sulle “cose sacre” è costretto a convivere.
La citazione che seguirà è tratta da pagina 20 de “La Vita Casalese” di giovedì 28 novembre scorso, il tema è la riforma liturgica della “Sacrosanctum Concilium”: “La riforma ebbe un forte e coinvolgente impatto nel­la vita dei fedeli e delle parrocchie. «Partecipazione» è il concetto chiave. Prima il popolo assisteva, era taglia­to fuori e non capiva parole e gesti che il prete, spalle al popolo, celebrava da solo In latino e In canto grego­riano, nel silenzio dei fedeli mentre un chierichetto ri­spondeva per tutti e mentre la gente recitava preghie­re o biascicava rosari per proprio conto. La Messa era clericale, ora è popolare. Ora ogni battezzato ha il di­ritto e il dovere di «una partecipazione piena, consape­vole, attiva e fruttuosa». «Prima bastava essere presenti alla Messa, ora dobbiamo partecipare» osserva Paolo VI. La «scoperta della Bibbia» è un altro, straordinario risultato: il popolo di Dio riscopre e co­nosce la Sacra Scrittura, si riappropria della Parola di Dio, può accedere al­le ricchezze dell'Antico e del Nuovo Te­stamento La riforma della liturgia e il «grimaldello» del grande rinnovamento ecclesiale grazie alla rilevanza dottrinale, all'ancoraggio biblico, all’orienta mento pastorale, al dialogo ecumeni­co, al bisogno di decentramento e inculturazione” .
Sono affermazioni che vengono qui riproposte con riluttanza tanto alta è la concentrazione di pregiudizi sul rito romano antico: si potrebbe entrare nel merito di ciascuna falsa affermazione, ma non basterebbe lo spazio e, sinceramente, nemmeno la pazienza. Certo, quel che va dato atto è il coraggio dell’editorialista: affermazioni quali quelle riportate sopra non possono che mostrare una certa qual disinformazione (facilmente sanabile, qualora lo si volesse, quanto inaccettabile da parte di chi scrive di liturgia), da un lato, quanto una notevole ideologizzazione (altro che quella del Vetus Ordo paventata dal Pontefice regnante) della riforma liturgica di Annibale Bugnini.
Siamo di fronte, ancora una volta, alla sindrome, imperante, di chi mette la storia della Chiesa tra parentesi. C’è chi, pazzesco il solo pensarlo, presuppone che la storia della Chiesa si sospenda nel 313 (l’Editto di Costantino) per poi riprendere gloriosa e fiammante nel 1962 (l’apertura del Concilio Vaticano II, ovviamente). Questo pazzo è elogiato dai nostri vescovi, ma questa è un’altra storia. Milleseicento anni di storia della Chiesa vengono mandati al macero, il tutto per sottostare al dogma della chiesa-delle-origini. Chiesa-delle-origini che non è mai esistita se non nelle fantasie degli eretici che in ogni secolo si ripresentano con queste assurdità. Basterebbe solamente leggere la “Mediator Dei” di Pio XII per risolvere la maggior parte di questi problemi. Ovviamente però, Papa Pacelli sta dentro le parentesi, dentro quella parte di storia della Chiesa da ignorare e cestinare, di quel passato di cui vergognarsi e rimuovere il più in fretta possibile. E allora, citeremo due esempi tratti dalla chiesa contemporanea, quella nata dopo l’idolo-Concilio. Il primo: mons. Klaus Gamber (un teologo cattolico assai ammirato dall’attuale Papa emerito Benedetto XVI) ha dimostrato come la pretesa di ricondurre la celebrazione cosiddetta versus populum come dettata da un “ritorno alle origini” sia palesemente falso: “L'idea che il sacerdote stia di fronte alla comunità risale senza dubbio a Martin Lutero. […] Prima di Lutero l'idea che il sacerdote quando celebra la messa stia di fronte alla comunità non si trova in nessun testo letterario, né è possibile utilizzare per suffragarla i risultati della ricerca archeologica. […] la celebrazione versus populum va considerata per quello che in realtà è, una novità, una invenzione di Martin Lutero”. Per il secondo esempio si considerino gli studi di mons. Athanasius Schneider (un vescovo attuale, non preconciliare, della chiesa cattolica) il quale ha dimostrato che “la Comunione nella mano non ha nulla a che vedere con la Chiesa Primitiva, è di Origine Calvinista” al quale fa eco il card. Malcom Ranjith (un addirittura cardinale attuale, non preconciliare, della chiesa cattolica) il quale, parlando della comunione sulla mano, afferma che “bisogna riconoscere che fu una prassi introdotta abusivamente e in fretta in alcuni am­bienti della Chiesa subito dopo il Concilio”.
E poi, domanda delle domande, se, come sostenete innovando e inventando da decenni, la forma non ha importanza (direzione celebrante, lingua, canti, posizione tabernacolo, riti, ecc.) perché quel che conta è la disposizione interiore, perché vi date tanta pena che venga distrutta la concezione che noi cattolici andiamo difendendo da sempre? La delegittimazione in corso del passato serve solo a innalzare un presente che non è glorioso come l’ideologia imperante vuole farci credere. Il presente non si riesce a lodarlo per meriti propri e si tenta di farlo passare per bello e buono solo disprezzando (con la menzogna) il passato con cui viene messo a confronto. Triste e pessima operazione. Il passato diventa da ignorare, riprende vita solo per essere calunniato e disprezzato. Un po’ di buon senso basterebbe a domandarsi: ma in questi milleseicento anni non è successo niente di buono? Il pensiero teologico e filosofico non ha inciso sulla storia del pensiero teologico e filosofico? I santi non ci sono stati? Non sono stati riconosciuti dalla Chiesa? E si potrebbe andare avanti per molto.
Già, perché se si legge la descrizione dei “meriti” presenti, vengono le lacrime agli occhi e le ginocchia cominciano a cedere: un po’ per il sorriso di tante fantasie, un po’ per la banalità di tanti luoghi comuni che, dopo cinquant’anni, ancora riescono ad avere diritto di cittadinanza. “Abbondanti i frutti: l'uso delle lingue parlate; la partecipazione dell'assem­blea; la riammissione del laici nei mi­nisteri e nel diaconato permanente; il ripristino della preghiera del fede­li e della Comunione sotto le due spe­cie per il popolo, in uso sino alla fi­ne dell’XI secolo; il rinnovamento del­la predicazione; il riconoscimento della presenza di Cristo nell'assemblea, nel celebrante, nella Parola di Dio e nell'Eucaristia; l'adattamento all'indole, alle tradizioni, agli usi e costumi di ogni popolo; la semplificazione dei riti e l'abbattimento di quell'aura di mistero che li circondava, senza nulla togliere alla maestosa semplicità della liturgia; la più razionale ricollocazione delle chiese: crocifisso, mensa, sedi, ambone, tabernacolo, battistero, organo, corale, banchi, statue, quadri”. La novità, mandando al macero il discorso e gli sforzi, compiuti da Papa Benedetto XVI perché si concepisse il Vaticano II alla luce della Tradizione e non il contrario, è ostentata.
La conclusione dell’articolo a firma di Pier Giuseppe Accornero, poi, è degna del premio “Disonestà intellettuale” dell’anno (se non l’hanno inventato che qualcuno si prodighi a farlo, i concorrenti, nolenti, sono numerosi): “Ci sono stati eccessi e abusi, esagerazioni e stravolgimenti: ma furono colpa degli uomini e non responsabilità della riforma, per cui è assurda la critica che con la scomparsa del latino e del gregoriano si sia per sa «l'atmosfera mistica» perché questa è data non dalla lingua ma dal raccogli mento e dal silenzio, dalla partecipazione del fedeli. Non ha senso riunirsi in un as­semblea muta e sorda dove uno solo prega e canta per tutti e gli altri fanno da spettatori come belle statuì ne. Oggi la riforma vive una fase di stanca e ha biso­gno di essere rivitalizzata”. L’onestà di ammettere che forse qualche responsabilità la riforma in sé ce l’abbia è così difficile da ammettere? No, perché verrebbe da ricordare che anche tale Joseph Ratzinger (che, sì, purtroppo, nel frattempo divenne anche Papa) parlò della riforma liturgica come di un prodotto “costruito a tavolino” nato da quell’“antico edifico”, quale era la messa tridentina, “fatto a pezzi”. Anathema sit!
Qualche domandina finale in proposito: perché con la fantomatica Messa-in-latino nessuno si sarebbe mai azzardato a vestirsi da pagliaccio, a prendere il Corpo di Cristo con le proprie mani (magari anche da seduto), di storpiare i canti liturgici facendo della Domenica il surrogato del peggior festival della canzone provinciale? Perché con la Messa-in-latino e l’impossibilità (più presunta che vera) dell’impossibilità di accedere alla Sacra Scrittura la gente seppur (come i novatori dicono) non capiva, era dottrinalmente perfettamente ortodossa? E come mai con la Messa-partecipata-di-oggi, in cui tutti capiscono tutto, proliferano le eresie, così come proliferano i tipi di liturgie, tanto che ‘prete che vai, messa che trovi’? Dov’è il silenzio nella nuova liturgia? Essa non è un canovaccio su cui imbastire i meriti di un sacerdote trasformato (e ridicolizzato) da mediatore tra Dio e gli uomini a showman di uno spettacolo grottesco (per non dire blasfemo da gridare vendetta al cospetto di Dio)? Se proprio gli errori sono dipesi solo dagli uomini e non dalla riforma – domanda - questi uomini da dove sono usciti? Non sono figli legittimi della mentalità nata con e dopo il Vaticano II? Quella mentalità per cui il passato è solo che da cancellare – e l’articolo in questione lo dimostra perfettamente – per cui la tradizione è da ridimensionare facendola partire dal 1962 e non dall’Incarnazione; quella mentalità che ha in droga e voga solo la novità. Novità tali che, a distanza di soli cinquant’anni, già rendono la liturgia riformata stanca. Una liturgia che non sa più che cosa inventarsi per attirare fedeli, perché il suo fine non è più quello di rendere culto a Dio e santificare gli uomini, ma è quello di attirare consumatori di una chiesa spa, capace a fornire prodotti e servizi, più che parole di vita eterna (dottrina) e sacramenti (liturgia). Queste domande ci sarà mai qualcuno (editorialista di un giornale diocesano o Autorità ecclesiastica) che avrà il coraggio di porsele? E che magari, in una pausa tra un tweet e uno sbadiglio causato dall’ennesima novità, sappia darci anche una risposta convincente.


Daniele Di Geronimo – Mattia Rossi