sabato 30 novembre 2013

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata.
Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».
[Mt 24,37-44]


Inizia il tempo d’Avvento. Un tempo d’attesa e di preparazione. Un’attesa che si fonda sulla certezza di una venuta: quella di Gesù Cristo. Cristo che si è incarnato nella storia, è venuto del mondo e ha redento il mondo. Ma una seconda volta dovrà tornare. Prima ancora della sua parusia, però, bisogna fare i conti con un fatto ineluttabile: la nostra morte. Che, come un ladro, non sapremo quando viene. Pensare alla propria morte non è un esercizio da sfigati, da bigotti o da persone tristi e malate. La tradizione cattolica chiama Novissimi proprio quelle cose ultime cui ogni uomo, re o servo, papa o laico, dovrà confrontarsi. Una visione banale e fuorviante della fede, come quella contemporanea, ignora questi temi. La vita, risolvendosi tutta nell’esistenza terrena, che deve essere sempre bella, felice, positiva, non può contemplare un evento come quello della morte. Viviamo oggi in un mondo che ha il terrore della morte. Da una parte i continui, esasperati, tentativi di prolungare all’infinito la vita. Dall’altra la feroce e assurda eliminazione della stessa quando essa viene considerata un fastidio: aborto e eutanasia. I cattolici, che vogliono sempre più aprirsi alla modernità (come se non bastasse quanti danni ha già prodotto quest’apertura), ignorano la morte. Non se ne parla. È un tabù. Si esalta la bellezza della vita, la felicità qui e ora, il tutto e subito. E Dio viene sequestrato dall’eternità e rinchiuso nelle nostre beghe mondane. Ed è proprio durante la nostra vita normale che Dio verrà. Non ce ne accorgeremo perché confondiamo Dio con il mondo e nel mondo vediamo Dio. Ma Egli verrà mentre mangiamo, beviamo, ci sposiamo o lavoriamo. Dio viene e non si può rimandare l’appuntamento. Si può però differire il modo in cui ci faremo trovare. Pronti o no. Possiamo ignorare il problema di Dio e spendere le nostre energie per le cose di questo mondo. Oppure possiamo vivere in questo mondo con la consapevolezza che il qui e ora non è niente in confronto a quello che ci aspetta. E che quello che ci aspetta non ci spetta per diritto sindacale o per il raggiungimento del quorum referendario. Ma dobbiamo meritarcelo su questa terra, in questa vita. Ecco il senso dei Novissimi, ecco il senso del tempo di Avvento. Ricordare chi siamo e dove siamo destinati. Perché se la vita ha un fine altro, e ce l’ha, diverso da quello meramente terreno, allora anche il dolore, la morte, la sofferenza, si sopportano e si accettano. Senza questa consapevolezza, anche la batteria scarica dell’iPhone diventa un dramma cui nessun dio può ovviare. La fede cattolica, quella vera, non quella ridotta ai minimi termini, libera l’esistenza umana dalle schiavitù della pochezza in cui quotidianamente ci immergiamo. È quella boccata di ossigeno, purissimo, che se prendiamo poche volte ci stordisce. Ma che se impariamo, con pazienza e dedizione, a maturare quotidianamente, permette di vivere già da ora con la consapevolezza di non essere un fastidio da eliminare, ma un malato da curare. Con un Dio che sa farlo, perché sa amare.