giovedì 5 dicembre 2013

“Solo ciò che è vero può ultimamente essere anche pastorale” [Congregazione per la Dottrina della Fede] E cosa c’è di più vero se non il Dogma? Quindi la pastorale non può che essere dogmatica, con buona pace di chi le contrappone con l’unico obiettivo di eliminare il Dogma, la verità. Non può esserci pastoralità senza il Dogma. Ma esso non può essere dato per scontato, deve essere sempre ripetuto. Una pastoralità priva di verità, di dogmaticità, è relativistica, è lasciare all’interpretazione di ogni pastore quello che, per lui (e non per la Chiesa) è vero e giusto. Ed è quello che oggi accade regolarmente. Cosa è rimasto della verità della Chiesa, della preghiera della Chiesa, della concezione della Chiesa, ancora saldo e non soggetto ai mutamenti del prete o vescovo di turno? Cosa è rimasto, infine, di squisitamente cattolico che in ogni parte del mondo è creduto allo stesso modo? La Resurrezione diranno alcuni, l’amore risponderanno altri. Che tutti credano alla Resurrezione sarà anche vero, ma come è tutto da dimostrare, visto che molti che credono alla Resurrezione la confondono con la reincarnazione. L’amore. Con Francesco, finiti i tempi del noioso pontificato benedettiano (chiedere al parroco della parrocchia san Cirillo Alessandrino a Roma) sono finiti, ma cosa sia l’amore non c’è traccia di chi sia in grado di spiegarlo. Ma anche qui, Romano Amerio docet, separare l’amore dalla verità non è cattolico. Ne abbiamo parlato in continuazione. Non è rimasto nulla di universale nella Chiesa e questo, bisogna riconoscerlo, perché la Chiesa stessa ha scelto di rinunciare al Dogma. La Chiesa rimane, è sempre Lei, ma imbruttita dalla mondanità dell’opinabile, delle verità banali e mutevoli del mondo. La Chiesa è ricoperta di stracci, trasfigurata da una banalità e una mediocrità impressionanti, ma c’è perché non può morire. Non può morire perché il suo Sposo è Gesù Cristo che la morte l’ha vinta. Ma questo non elude il problema dei danni che una chiesa fedifraga produce. Questo tradimento di Cristo genera un vortice di danni, ci siamo dentro così pienamente da non rendercene conto, che a pagarne i danni siamo tutti noi fedeli che non riceviamo più la linfa vitale della Verità, ma riceviamo un siero infernale di opinioni che cambiano come cambia il parroco, il vescovo, il Papa. "Chiunque offra di meno, pur a fin di bene, imbroglia e chiunque accetti di meno ci rimette" [Alessandro Gnocchi – Mario Palmaro] e la Chiesa oggi ci offre sempre meno: in termini di sacralità e di verità dottrinale. Con una liturgia che dire sciatta è un complimento, dove il centro è l’uomo e non più Dio, da adorare, servire e riverire così tanto, da adattargli tutto, dalla direzione del celebrante, alla comodità delle poltrone (pardon sedie) passando per la lingua. In termini di verità dottrinale risultando una monotonia di amore svenduto a poco prezzo. Aldilà della bestemmia di slegare l’amore dalla verità, sul pianoforte della dottrina cattolica si batte da decenni sempre e solo sullo stesso tasto, quello appunto dell’amore e della misericordia. Tutti gli altri sono ignorati, guardati con disgusto, come se i grandi compositori (papi, vescovi, preti, laici: tutti i santi) sono stati degli idioti a suonarli tutti quei tasti e a comporre melodie commoventi e coinvolgenti (altro che la teologia dell’incontro). Oggi invece è sempre il solito tasto, una monotonia imbarazzante. I cattolici, preti o laici che siano, sono convinti così di coinvolgere gente e di acquistare più fedeli: oltre che criminali come uomini di Dio sono degli inetti pure come uomini di marketing, vendendo un prodotto finto a prezzi salati che tempo una stagione, un flashmob o un battito di mani, verrà cestinato nel cassetto dei ricordi, alla ricerca dell’ennesimo entusiasmo, dell’ennesimo incontro, dell’ennesima emozione. La Chiesa oggi sta imbrogliando e noi ci stiamo rimettendo.