lunedì 18 maggio 2015

La liturgia del mondo nuovo

Il gruppo adesso era al completo, il circolo di solidarietà perfetto e senza difetti. Un uomo, una donna, un uomo, in un anello di alternanza continua attorno alla tavola. Dodici in tutto, pronti a essere uno, a unirsi l’un l’altro, a fondersi, a perdere le loro dodici identità in un essere maggiore.
Il Presidente si alzò, fece il segno del Te, girando l’interruttore della musica sintetica, mise in marcia il rullio dolce e infaticabile dei tamburi e un coro di strumenti — similvento e supercorde — che ripetevano e ripetevano affannosamente la breve e ossessionante melodia del Primo inno di solidarietà. Ancora, ancora… e non era l’orecchio che percepiva il ritmo pulsante, era il diaframma; il lamento e il clangore di quelle armonie rincorrentisi ossessionavano non la mente, ma le viscere palpitanti di compassione.
Il Presidente fece un’altra volta il segno del T e si sedette. Il servizio era cominciato. Le compresse di soma consacrate furono poste al centro della tavola da pranzo. La coppa dell’amicizia, piena di gelato di soma alla fragola, fu passata di mano in mano e, con la formula «Bevo al mio annichilimento» ciascuno dei dodici vi bevette. Quindi, con l’accompagnamento dell’orchestra sintetica, i convenuti cantarono il Primo inno di solidarietà.
Ford, noi siam dodici; deh! raccoglici in uno,
Come gocce dentro il Fiume Sociale;
E fa’ che corra rapido ognuno
Come la tua macchina trionfale.
Dodici strofe deliranti. Quindi la coppa dell’amicizia fu fatta circolare una seconda volta. «Bevo all’Essere Supremo» fu la nuova formula, tutti bevettero. La musica suonava indefessamente. I tamburi rullavano. I suoni singultanti e scroscianti delle armonie continuavano a essere un’ossessione nelle viscere commosse. Si cantò il Secondo inno di solidarietà:
Supremo Essere, Amico Sociale, vieni,
Annichilimento di Dodici-in-Uno!
Vogliamo la morte perché in essa ciascuno
Inizia una vita di giorni sereni.
Ancora dodici strofe. Quand’ebbero finito, il soma aveva cominciato a far sentire i suoi effetti. Gli occhi brillavano, le guance erano accese, la luce interiore di un’universale tenerezza splendeva su ogni viso con sorrisi felici e amichevoli. Perfino Bernard si sentiva un poco intenerito. Quando Morgana Rothschild si voltò e gli sorrise apertamente, egli fece del suo meglio per corrisponderle con ugual calore. Ma quel sopracciglio,: quel nero due-in-uno, ahimè, c’era ancora. Egli non poteva non notarlo, non poteva, per quanti sforzi facesse. L’intenerimento non era penetrato abbastanza in lui. Forse, se fosse stato seduto tra Fifi e Joanna… Per la terza volta circolò la coppa dell’amicizia. «Bevo all’imminente Sua Venuta» disse Morgana Rothschild, alla quale toccava appunto di iniziare il rito circolare. Il tono della sua voce era forte, esultante. Bevette e passò la coppa a Bernard. «Bevo all’imminente Sua Venuta» ripeté egli, con un sincero tentativo di convincersi che la. Venuta era imminente; ma il sopracciglio continuava a ossessionarlo e la Venuta, per ciò che si riferiva a lui, era orribilmente remota. Comunque anch’egli bevette e passò la coppa a Clara Deterding. “È un insuccesso anche questa volta” disse fra sé. “Sento che è così”. Ma continuò a fare del suo meglio per sorridere beato. La coppa dell’amicizia aveva fatto il giro. Alzando la mano il Presidente fece un segno; il coro intonò il Terzo inno di solidarietà.
Senti che viene l’Essere Supremo!
Orsù, gioisci, e muori alfin beato!
Sciogliti al suono del tamburo estremo!
Perch’io in te e tu in me sei trasformato.
A misura che una strofa succedeva all’altra, le voci vibravano di un’eccitazione sempre crescente. Il sentimento dell’imminenza della Venuta era come una tensione elettrica nell’aria. Il Presidente interruppe la musica, e all’ultima nota dell’ultima strofa succedette il silenzio più assoluto: il silenzio dell’attesa intensa, fremente e formicolante di una vita galvanica. Il Presidente allungò la mano; e improvvisamente una Voce, una Voce profonda e forte, più musicale di una voce semplicemente umana, più ricca, più calda, più vibrante d’amore, di desiderio e di compassione, una Voce meravigliosa, misteriosa, soprannaturale parlò al di sopra delle loro teste. Molto lentamente: «Oh Ford, Ford, Ford!» essa disse diminuendo la forza e in scala discendente. Una sensazione di calore s’irradiò con una serie di fremiti dal plesso solare a ogni estremità dei corpi degli ascoltatori; le lacrime salivano loro agli occhi; i loro cuori, le loro viscere sembravano muoversi nel loro interno come per una vita indipendente. «Ford!» essi si scioglievano. «Ford!» erano disciolti, fusi. Poi, con un altro tono, improvviso, che li fece sussultare: «Ascoltate!» tuonò la voce «Ascoltate!». Essi ascoltarono. Dopo una pausa, decrescendo al bisbiglio, ma un bisbiglio stranamente più penetrante del grido più acuto: «I passi dell’Essere Supremo» continuò la voce, e ripeté le parole: «I passi dell’Essere Supremo». Il bisbiglio era quasi spento. «I passi dell’Essere Supremo sono su per le scale». E di nuovo ci fu silenzio; e l’aspettativa momentaneamente rilassata si fece più tesa, ancora più tesa, quasi fino a strapparsi. I passi dell’Essere Supremo… oh essi li sentivano, li sentivano scendere lievemente le scale, avvicinarsi sempre più per le invisibili scale. I passi dell’Essere Supremo. E improvvisamente il limite di resistenza alla tensione fu raggiunto. Gli occhi sbarrati, le labbra semiaperte, Morgana Rothschild balzò in piedi.
                «Lo sento» esclamò. «Lo sento».
«Esso viene» gridò Sarojini Engels.
«Sì, viene, Lo sento!» Fifì Bradlaugh e Tom Kawaguki si alzarono in piedi simultaneamente.
«Oh, oh, oh!» testimoniò con grida inarticolate Joanna. «Viene!» urlò Jim Bokanovsky.
Il Presidente si chinò in avanti e con un gesto scatenò un delirio di cimbali e di ottoni, una febbre di tam-tam.
«Oh, viene!» strillò Clara Deterding. «Ahi!» E parve che la sgozzassero.
Sentendo che era tempo anche per lui di fare qualcosa, Bernard saltò in piedi e gridò: «Lo sento! È qui che arriva!». Ma non era vero. Egli non sentiva nulla e, per conto suo, non arrivava nessuno, nessuno, nonostante la musica, nonostante la crescente eccitazione. Ma egli agitava le braccia con gli altri; e quando gli altri cominciarono ad agitarsi, a battere i piedi e a strascicarli, egli pure sobbalzò e si agitò.
Si misero a girare in tondo, processione circolare di danzatori, ciascuno con le mani sui fianchi del danzatore precedente, girando e rigirando, urlando all’unisono, pestando i piedi al ritmo della musica, battendo vigorosamente il tempo, con le mani, sulle natiche di chi li precedeva: dodici paia di mani che battevano, come una sola, come una sola, su dodici paia di natiche risuonanti elasticamente. Dodici in uno, dodici in uno. «Lo sento. Lo sento venire». La musica accelerò; più veloci batterono i piedi; più veloci, ancora più veloci s’abbatterono le ritmiche mani.

[A. Huxley – Il mondo nuovo]