sabato 27 dicembre 2014

Il drago e il cavaliere


Ogni storia di draghi e cavalieri che si rispetti contempla un drago cattivo, un cavaliere bello e forte e una principessa bellissima da salvare. Anche questa storia, che vuole nel suo piccolo farsi rispettare, conosce un drago, un cavaliere e una principessa. Sulla cattiveria del drago nessuno ha mai dubitato; sulla forza e la bellezza del cavalieri più o meno tutti; sulla principessa si è dubitato persino esistesse. Ma andiamo con ordine.
C’era una volta, e per ogni volta che un uomo nasce e cresce ci sarà sempre, un cavaliere e un drago. Vivono entrambi nello stesso posto, come l’ombra con la figura che proietta, ma vengono da posti diversi. Ed è per questo che il cavaliere cerca da sempre e per sempre cercherà di farlo, di sconfiggere il drago. È una lotta serrata, fatta di inganni e meschinità, di paure e le debolezze, errori, limiti e ferite di ogni tempo. Il drago c’è, nessuno (a parte gli stolti) può negarlo. C’è chi impara a conviverci trasformandosi anch’egli in bestia. C’è chi fa finta di non vederlo, cedendo alle sue illusioni. C’è invece, e questi sono i cavalieri, chi riconosce il drago come drago e in quanto cavalieri lo combattono. I cavalieri sono tali perché hanno ricevuto l’investitura di uomini e non si sottraggono dall’onere e dall’onore di combattere i draghi. La lotta è eterna perché eterna è la provenienza del cavaliere, ma la lotta non è eterna perché non è eterna la provenienza del drago. Ma per tutto il tempo che gli è dato di vivere, il cavaliere deve combattere. E lo fa a volte in modo goffo e ridicolo, ma lo fa. Altre volte si scaglia contro il drago in maniera spavalda e viene atterrato. Perché il drago conosce meglio di chiunque altro il cavaliere e sa dove colpirlo e dove accarezzarlo. Sì, i draghi sanno accarezzare. Ma le loro carezze sono più dure di un colpo di lancia del cavaliere. Così come cresce il cavaliere cresce anche il drago, ma non è sinonimo di rassegnazione, bensì di maturazione. Il drago non si sconfigge uccidendolo (nella vita del cavaliere egli non conosce la morte), ma combattendolo. La più grande arma che il cavaliere ha è la determinazione. La più grande arma che ha il drago è quella di convincere il cavaliere che non ce la farà, che la lotta è inutile perché il drago non muore. Le vittorie non nascono sempre e solo dall’eliminazione dell’avversario e dei problemi, ma dall’abilità di saperli tenere a distanza a colpi di lancia e fendenti di spada. Bisogna essere allenati alla battaglia e alla guerra. Il pacifismo dei nostri giorni uccide i cavalieri rendendoli pagliacci, uccide il mito non potendo più raccontare storie, ma non uccide i draghi. I draghi non si uccidono. I draghi bisogna imparare a tenerli a distanza, a non cedere alle lingue di fuoco delle loro parole, anche se fossero lusinghiere. Il vero cavaliere è determinato, ma non è quello che non cade mai. Il vero cavaliere è al centro di sé stesso un signore, un principe, un vero uomo. Come tale il cavaliere si interroga; la lotta contro il drago è una lotta fatta di intelligenza, di domande, di volontà. Non è una battaglia di sentimenti. Chi battaglia con i sentimenti o non è un uomo – e quindi nemmeno un cavaliere – o è un drago. E chi battaglia con i sentimenti perde sempre. Il drago è abile, non è uno stolto. Il drago sa aspettare e anche il cavaliere deve imparare a farlo. Perché se è vero, ed è vero, che il cavaliere non ha tempo, ha bisogno di tempo per istruirsi a combattere e ha bisogno di tempo per imparare a sferrare i propri colpi contro il drago.
Ogni cavaliere ha una principessa da salvare. I draghi non ne hanno. La lotta contro i draghi è per salvare la principessa. Spesso si dubita dell’esistenza delle principesse perché la lotta dei cavalieri contro i draghi è così lunga ed estenuante che si crede spesso che non ci sia tempo per le principesse. Ma senza le principesse le storie di draghi e cavalieri non si rispettano, diventano inutili. Se non c’è qualcuno da salvare, da liberare dalle catene e dalle trappole dei draghi, non c’è vita che valga la pena di vivere. Le principesse, tutte le principesse, e quindi anche quella di questa storia, sono bellissime. Belle nella meraviglia del loro pudore. Belle nella loro paziente e fiduciosa attesa del loro cavaliere. Le principesse non dubitano mai e questa loro sicurezza viene dalla regalità che le ha rese tali. I cavalieri non lottano per niente, ma per la propria principessa. Per renderle regine e assegnare loro il regno della propria vita. Perché non c’è possesso o regno che tenga di fronte alla promessa di custodire l’anima di un prode cavaliere che ha speso e continuerà a spendere la propria esistenza per permettere alla principessa di essere regina.
Spesso non si crede all’esistenza delle principesse perché non si crede alla bellezza. Chi crede alla bellezza sa che esiste, anche in posti lontanissimi, una principessa che lo sta aspettando. Il cavaliere di questa storia ce l’aveva vicino, tanto vicino da non vederla. Viveva nello stesso luogo del drago e del cavaliere, ma viene da un posto diverso da quello del drago. E a volte il nostro cavaliere ha lottato contro il drago solo perché convinto di doverlo uccidere; perché convinto che la sua principessa non esisteva. Se ne era convinto perché aveva creduto alle storie dei cavalieri brutti e deboli. Credeva di essere tale e come tale da non avere la propria principessa da salvare. È vero che i cavalieri brutti e deboli non hanno una principessa, ma non esistono cavalieri brutti e deboli. Ogni cavaliere è bello e forte. Come quello di questa storia. Come quello di ogni storia.

Bisogna raccontare questa storia perché ogni uomo riconosca di essere un cavaliere bello e forte. E lotti come solo lui sa fare per la propria principessa.