giovedì 16 ottobre 2014

“Scrutate le foglie di fico d’Adamo ed Eva e perlustrati gli angoli del loro giardino, addentriamoci nella selva moderna con una prima tragedia: i 1.022 ebrei deportati da Roma il 16 Ottobre 1943. Tra le righe dei vari autori che si sono cimentati in queste pagine di “storia”, rinverremo un fiorire di frasi a effetto:

[...] Pio XII non è comparso bianco e ieratico alla Stazione di Trastevere per mettersi davanti al convoglio fermo sul binario e impedirne la partenza, così come era apparso tra la folla il giorno del bombardamento di San Lorenzo.

Il quartiere popolare San Lorenzo di Roma fu colpito da cinquecento tonnellate di bombe sganciate dagli alleati ameri­cani. Le vittime furono oltre duemila, perlopiù donne e bam­bini. Non è in disputa il fatto che i bombardamenti degli alleati siano serviti per liberare l’Italia dalle truppe tedesche, anche se il prezzo, oltre a quello primario in vite umane, fu elevato anche sotto l’aspetto secondario. Montecassino, l’abba­zia più bella del mondo, fu ridotta a un cumulo di macerie, sotto le quali finirono capolavori datati dal VII Secolo a segui­re. Poco resta delle ricchezze d’arte del centro storico di Mila­no, finito raso al suolo quasi per intero. Numerosi furono i centri storici semidistrutti o mutilati nel loro patrimonio arti­stico: nella Città di Livorno, bombardata a tappeto, finirono in macerie l’antica cattedrale e la sinagoga sefardita. Eppure tutto questo fu inevitabile e a chi giunse in soccorso va la riconoscen­za del Popolo italiano, in particolare all’alto numero di soldati americani e britannici caduti nel suol patrio d’Italia per sconfiggere il nazi-fascismo.
Intanto che il Santo Padre taceva, anziché correre a fare l’uto­pista sui binari ferroviari, alcune migliaia d’ebrei trovano rifugio in istituti religiosi romani. Ma soprattutto dentro i Palazzi dei vari Dicasteri della Santa Sede.77 I Dicasteri Apostolici ubicati in pa­lazzi eretti nelle varie zone del Centro di Roma hanno una pre­cisa caratteristica: sono protetti da immunità diplomatica. Que­gli stabili dislocati per Roma al di fuori delle mura vaticane sono i palazzi ministeriali della Santa Sede e come tali riconosciuti in­violabili dalle convenzioni internazionali. Pio XII nascose gli ebrei nella giurisdizione del suo territorio nazionale, a partire dal Pa­lazzo del Vicariato Apostolico di San Giovanni in Laterano, Cat­tedra del Romano Pontefice in sua qualità di Vescovo di Roma. Gli ebrei furono nascosti nella residenza privata del Santo Padre a Castel Gandolfo, nell’area dei Castelli romani, luogo in cui i pontefici si recano per le vacanze estive e anch’esso protetto da regime d’immunità diplomatica. I tedeschi rastrellarono Roma per cercare gli ebrei capitolini, all’epoca circa ottomila. Quando il 16 Ottobre iniziò il rastrellamento dei nazisti, settemila ebrei della comunità romana non furono trovati. La deportazione di mille persone fu parecchio traumatica per gli ebrei dell’ Urbe, si­curi che nessuno avrebbe osato toccarli a Roma, la Città del Papa, la Città Aperta sulla quale vegliava il Gran Padre.
I gruppi antifascisti romani, le poche autorità istituzionali rimaste a Roma, oltre al Sommo Pontefice che governava sul minuscolo Stato Vaticano, privo d’armi e di protezione milita­re, “accettando” con “indifferenza” la deportazione di mille ebrei romani agirono tutti quanti non agendo. Potrebbe essere stato proprio quello, l’unico modo attuabile per salvare altre migliaia di vite dall’identico destino? Le Catacombe sull’antica Via Appia, affidate dalla Santa Sede alle cure dei Padri Salesiani, beneficia­no anch’esse del regime d’extraterritorialità; al loro interno furono nascosti alcune centinaia d’ebrei. I tedeschi sapevano che gli ebrei erano protetti dal Vaticano, ed erano informati che in diverse migliaia si trovavano nascosti nelle strutture cattoli­che. Gli ebrei trovarono asilo anche dentro il territorio dello Stato del Vaticano, dove tra i diversi rifugiati ebbero protezione il Gran Rabbino di Roma e vari notabili della comunità ebraica capitolina. Era dunque il caso di aizzare i nazisti con quelle denunce e con quelle corse sui binari di cui oggi molti lamen­tano l’assenza con demagogica disonestà storica?

Appena i nazisti occuparono Roma, chiesero alla comunità ebraica un riscatto di cinquanta chili d’oro, in cambio del quale nessuno avrebbe fatto alcun male agli ebrei. Il 26 Settembre 1943 Gennaro Cappa, capo per i servizi della razza della que­stura romana, informò Dante Almansi e Ugo Foà, dirigenti della comunità ebraica romana ed entrambi già funzionari di spicco del regime fascista sino al 1938, che nel pomeriggio si potevano recare presso Villa Volkonsky, dove li aspettava il tenente colonnello tedesco Herbert von Kappler. L’ufficiale li informò che se entro trentasei ore versavano quanto richiesto, nessuno avrebbe fatto loro alcun male, in caso contrario sareb­bero stati deportati duecento ebrei.78 Il Gran Rabbino di Roma si recò in Vaticano dove ottenne l’aiuto della Santa Sede, che si offrì d’aggiungere la quantità mancante qualora gli ebrei non fossero riusciti a mettere insieme l’oro richiesto in così breve tempo. I chili mancanti offerti dal Vaticano furono quindici. La Santa Sede conferma il fatto aggiungendo che vi fu l’inte­ressamento diretto di Pio XII:

[...] Gli ebrei riuscirono a raccogliere con fatica solo trentacinque chili. Il Rabbino Capo si reca in Vaticano e parla con un impiegato laico, di nome Nogara. Ovviamente costui non poteva disporre di tal somma e si mette in contatto con il Papa. Pio XII si offre subito di versare quella cifra. Risulta poi che attra­verso i contributi di personalità cattoliche i cinquanta chili vennero raggiunti senza dover ricorrere alla buona volontà del Vaticano, che pure fu disposto da subito a contribuire [...].

L’oro fu consegnato in tempo ai tedeschi in Via Tasso; ci fu perfino un’eccedenza trattenuta dai capi della comunità ebrai­ca, donata nel dopoguerra allo Stato d’Israele.80 Ma anche l’af­fare dell’oro di Roma diverrà in seguito oggetto di polemiche e smentite. Anzitutto andrebbe stabilito cosa pensare del Gran Rabbino di Roma, che sin dal 29 Ottobre 1943 riferisce della raccolta, confermando d’essersi recato di persona in Vaticano81 dove ricevette subito la disponibilità della Santa Sede.

[…]

... ricevuto il pagamento dei cinquanta chili d’oro richiesti agli ebrei romani, i nazisti non mantennero fede alla parola. Il mondo politico tacque, ma non tacque il Vaticano. Appena il 16 Ottobre fu informato della cattura degli ebrei, Pio XII te­lefona al Segretario di Stato, Cardinale Luigi Maglione, che convocò l’Ambasciatore di Germania Ernst von Weizsàcker, chiedendogli se il Governo del Reich era uso mantenere fede a quel modo alla parola data. Come sarebbe stato possibile agire davanti alla forza tedesca, se non reclamando il rilascio dei catturati? Il pontefice dette incarico anche a Padre Pancrazio Streiffer di recarsi dal comandante tedesco, Generale Rainer Stahel, per invitarlo a fermare l’operazione. Per tutta risposta ottenne solo un breve ritardo nella partenza del convoglio fer­roviario.83 Altri non chiesero nulla, né si mossero per mettere in salvo gli ebrei. Questi fatti dovrebbero guidare a serie rifles­sioni quando un diplomatico di rango scrive in una sua recen­sione storica:
[...] in quei momenti terribili il Papa trovava il tempo di dedicarsi agli studi biblici e ammetteva la possibilità che anche il testo ebraico potesse essere modificato […] forse c’era anche l’idea che gli ebrei in Europa stavano scomparendo e quindi una modifica dei testi sacri in ebraico avrebbe provocato meno proteste [...] mentre si avvicina la razzia contro gli ebrei, la Santa Sede moltiplica i passi ma in una sola direzione: salvare Roma [...].

È singolare che le responsabilità di quei giorni siano oggi ri­versate tutte su Pio XII, che al contrario di chi tacque “nulla potendo” ordinò al clero dell’ Urbe di aprire le porte agli ebrei perseguitati. In quei giorni le nunziature apostoliche della Santa Sede in Europa si attivano in soccorso degli ebrei perseguitati. Chi dette simili ordini ai diplomatici del Vaticano preposti a rappresentare il Sovrano Pontefice presso i vari governi europei?
Il diplomatico seguita a narrare:

[...] io stesso sono stato salvato al Collegio San Leone Magno dei Fratelli Maristi di cui era preside allora Don Alessandro Di Pietro che ospitò una ventina di ragazzi ebrei e una decina di adulti antifascisti. Egli è stato onorato il 30 Gennaio 2002 dal Yad Vashem di Gerusalemme, del titolo di Giusto [...] è difficile capire se queste fossero iniziative personali e locali indipen­denti dalle istruzioni papali o se Pio XII avesse inviato degli ordini o anche solo delle raccomandazioni che vennero attuate dal clero [...].

Instillare i dubbi spesso è più scorretto che negare l’evidenza. E così difficile comprendere se queste siano state iniziative per­sonali e locali indipendenti dalle istruzioni papali? Proprio non si capisce chi dette ordine d’aprire le porte dello Stato del Vati­cano, oltre a quelle di San Giovanni in Laterano, dell’Abbazia di San Paolo fuori le mura, dei Dicasteri della Santa Sede, delle Catacombe, della residenza privata del papa a Castel Gandolfo, per citare solo gli stabili coperti da immunità diplomatica? La deportazione degli ebrei romani è un fatto straziante, se tale non era si poteva fugare ogni dubbio a Sua Eccellenza l’Ambasciato­re narrando che a dare ordini in tal senso fu il sacrestano della Basilica annessa al Palazzo Apostolico del Laterano, che in com­plotto col giardiniere di Castel Gandolfo a sua volta istigato dal becchino delle Catacombe, nascose gli ebrei anche nella dimora estiva del pontefice. Il tutto fu reso possibile dal fatto che Pio XII era distratto, poiché preso a studiare la Bibbia nel vivo desi­derio di riformarla, tanto “gli ebrei in Europa stavano scompa­rendo” e da lì a poco si sarebbero estinti. Nel frattempo, chi da bimbo fu salvato, anziché da gratitudine rimane assillato da dubbi irrisolti: “... è diffìcile capire se queste furono iniziative perso­nali e locali indipendenti dalle istruzioni papali”. La recensione storica termina con queste parole:

[...] Se Pio XII fosse stato il sovrano di uno Stato qualsiasi si potrebbe giustificare il suo atteggiamento con la strenua difesa degli interessi politici del suo Stato. Ma egli pretendeva di essere il capo di una entità morale è sotto questo aspetto il suo operato lascia molto a desiderare. Il problema della moralità si pose ancora prima della fine della Seconda Guerra mondiale e Pio XII volle ricostruire i rapporti fra Chiesa e Nazismo già il Giugno 1945 nel suo discorso al Collegio cardinalizio. Egli ribadì la moralità della sua azione durante la guerra che stava per finire e creò allora il mito della Chiesa “vittima” del Na­zismo, insistendo sulla “dolorosa passione della Chiesa sotto il Nazionalsocialismo”. Anche il Papa attuale, Giovanni Paolo II, ha ripreso il tema della Chiesa vittima del Nazismo […]

Per quanto riguarda il concetto di “entità morale” è necessa­rio ricordare che gli Stati civili si fondano tutti su principi etici e morali, almeno dalla fine del Settecento e dalla promulgazione della Carta dei Diritti dell’Uomo. Fatto salvo che i principi d’uguaglianza, libertà e fraternità, il rispetto della vita e della di­gnità di qualsiasi uomo e d’ogni popolo di questa terra vadano intesi solo come affari da letteratura poetica, piuttosto che come modelli etici dell’Illuminismo moderno, dai quali sorsero in cul­tura e diritto tutti i paesi civili del mondo. Certi stili di pensiero potrebbero richiamare alla memoria quei cinici pensatori pronti a ponderare che la politica può essere fatta senza rispetto etico e morale dei diritti umani solo quando riguarda i supremi interes­si del proprio Stato, pagati sulla pelle della popolazione civile palestinese stipata da mezzo secolo dentro i Campi profughi. Al mondo, vi sono stati paesi non eletti e non privilegiati, che per molto meno si sono fatti anche tre o quattro decenni di embargo.
Alcuni dei giovani ebrei che trovarono rifugio dentro le mura del Vaticano furono vestiti da Guardie Svizzere Papali. A sva­riati ebrei del Nord-Est Europa fuggiti in Italia per salvarsi dalle mattanze in corso nei loro paesi, il Governatorato della Città del Vaticano rilasciò regolari documenti della Santa Sede facendoli figurare gendarmi della Guardia Pontificia.87 Può es­sere che l’unico a non saperne nulla fosse solo Pio XII? Lamen­tare che il Santo Padre non corse alla Stazione ferroviaria a fermare il treno carico d’ebrei, vuol dire dunque fare del populismo ciarliero, semmai omettendo la lunga lista di poten­ti che su quei binari non corsero. Forse perché facevano parte di Stati che non erano Enti Morali? O forse perché questi Stati, all’epoca silenti, oggi sono tanto utili alla politica del moderno Stato d’Israele, oltre che prodi difensori dell’ideologia sionista? Dovere e decoro dovrebbero indurre a fare il resoconto comple­to di tutti i Capi di Stato che sapevano più di quanto non sapesse Pio XII che, pur tacendo per non aggravare la tragedia in corso, nascose gli ebrei anche in casa propria; cosa che nes­sun altro Capo di Stato fece.”


[Ariel Levi di Gualdo – Erbe amare]