mercoledì 9 luglio 2014

Durante l’Era glaciale, molti animali morivano a causa del freddo. Fu allora che i porcospini decisero di raggrupparsi, in modo da riscaldarsi e proteggersi a vicenda. Ma gli aculei ferivano i compagni più vicini – proprio quelli che fornivano maggior calore. Per questo motivo, si allontanarono di nuovo. E ricominciarono a morire per il gelo. A quel punto dovettero compiere una scelta: o venir decimati e rischiare di scomparire dalla faccia della terra, oppure accettare il fastidio degli aculei del prossimo. Saggiamente, decisero di tornare a unirsi. E impararono a convivere con le piccole ferite che un rapporto molto stretto può causare, comprendendo che la cosa più importante era il calore dell’altro. E così sopravvissero.
[P. Coelho – Adulterio]

Ama chi più si avvicina all’amato. E chi più gli si avvicina più soffre. Non a causa dell’amato, ma per l’amato. Ognuno di noi ha i propri aculei, più o meno lunghi, più o meno dolorosi, più o meno appuntiti. Non c’è uomo che non ne abbia. Per accettarlo bisogna sottomettersi alla realtà, alla verità delle cose; a quella verità che ci mostra per quello che siamo, ognuno appunto con i propri aculei, e non per quello che vorremmo essere. Sogniamo – e il mondo ci facilita il compito – un amore privo di sofferenza. Ti amo perché sto bene con te, perché è piacevole starti vicino, eccetera. Aldilà che in questa visione il primo posto lo occupo io e i miei piaceri e bisogni e non l’altro, considerato alla stregua di un prodotto, magari scegliendolo tra le alternative del meno peggio. Amiamo noi stessi e trasferiamo questo narcisismo sugli altri, non sapendo accettare nemmeno i più piccoli pruriti e fastidi. Essi, ci convinciamo, devono essere eliminati, sfumati, ignorati se sulla bilancia della convenienza pesano meno, molto meno, di ciò che di bello e buono l’altro ha. L’amore che ci viene presentato è questo: benessere. Invece ama chi soffre, non per masochismo, ma per vicinanza alla persona amata. Non si può eludere la sofferenza come un mondo irrazionale (e una teologia eretica) vogliono farci credere. Questo amore mondano, commerciale, crea consumatori, non amanti. Consumiamo i sentimenti, non accettiamo che essi segnino le nostre vite. E valutiamo l’amore solo in base al benessere che ci procura, perché siamo così insensatamente folli da rinnegare ogni tipo di sofferenza, che non va cercata, ma accettata, accolta, portata. Gesù Cristo per starci vicino, per amarci, quegli aculei Gli hanno trafitto le mani, i piedi e il costato. Non c’è altro modo di amare, solo in questo c’è la pienezza. Ma non è un gioco, è una scelta che impegna tutta la vita e l’infinità di ogni giorno. Bisogna volere amare. Amare è un verbo attivo. Bisogna sottostare alla verità dell’altro che vogliamo amare, non amarlo seguendo le caricature delle nostre convinzioni. C’è una verità cui bisogni confrontarsi e anche questa, seppur dolorosa, va accolta. Lascia segni, visibili e invisibili, l’amore. Ma sono i segni di chi ha vissuto e speso la propria vita e non seguito la solitudine di una sterile autoconservazione. Si muore sempre, amando o non amando, trafitti o di freddo, vicino a chi amiamo o terribilmente soli. Non è il per sempre di questa vita che l’amore garantisce, ma l’eternità che trascende la morte. Per questo l’amore vince la morte. Un amore che non evita la morte e la sofferenza, ma che la sublima, non dando ad essa l’ultima parola, ma continuando a esistere anche dopo di essa.


Amare è scegliere la scelta fatta da Qualcuno che sceglie te come amante capace e in dovere di amare sì tutti, ma solo uno esclusivamente.

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