martedì 29 luglio 2014


31.   L’ARGILLA DEL SENTIMENTO POSTO DALLA “TEOLOGIA
DELL’INCONTRO” SOSTITUISCE IL BASALTO DEL GIUDIZIO POSTO DALLA “TEOLOGIA DELL’ANNUNCIO”.
Considerandola in altro modo: parrebbe potersi intravede re, se pur da lontano, se pur vaghissimo, p. es. con il riferi­mento visto all’ex auditu, o, ancora, al § 41, un certo princi­pio autoritativo-obbedienziale. Bene. Ma, a parte che sareb­be quasi pressoché perso, con la sua quasi completa perdita, il principio fondativo del cattolicesimo, e, con ciò, di tutto l’universo civile e culturale in cui muovesi l’uomo, dove so­no il princìpio di non-contraddizione che lo governa, la libertà che ne permette il sopruso, il giudizio che lo difende, la pu­nizione e l’eventuale penitenza che ne ripristinano il diritto?
Quella che, per questo preciso motivo — e, si badi bene, per nessun altro, ma questo basta —, da ottima teologia “fi­nale” è stata, isolandola, pervertita in quella che a mio avviso è una falsissima e pericolosissima teologia “iniziale”, è stata gonfiata, ampliata, esaltata esattamente per scalzare il princi­pio ipercattolico e porre sul suo trono un bugiardo principio d’amore: dire “incontro con una Persona” vorrebbe poter dire “amore con, di, da e per una Persona”; infatti la presenza estensiva e prepotente, nella Lettera, di questa teologia, sof­foca e snerva senza pietà l’altra: le brucia per sempre le ali.
Il fatto è che, di per sé, filosoficamente parlando, la “teo­logia dell’Incontro”, imperniandosi sul sentimento invece che sul pensiero, ossia imperniandosi precisamente e volu­tamente su ciò che, come l’amicizia, è la presentazione di sé “così come si è” (con relativa accettazione da parte dell’Al­tro, cioè di Dio, di ciò che si è noi), vuole escludere a priori ogni giudizio, ed è ben giusto che ciò succeda, perché essa non è altro che una “teologia-non-teologia”, e per la filoso­fia il passaggio dalla “teologia dell’Annuncio” a quella “del­l’Incontro” non è che il passaggio da un insegnamento a un e- vento, da un concetto a una fenomenologia, da un ben preciso e circostanziato logos a una vaga e indefinita mozione degli af­fetti, ossia dall’idea all’atto, le quali cose, però, così dis-or­dinate, non portano solo a un ribaltamento del loro ordine naturale, frutto malato dell’ameriana « dislocazione della divina Monotriade », ma pongono tale ribaltamento su due piani disassati, su due piani ortogonali, perché una cosa è passare da un concetto all’atto che lo realizza — dalla progettazione, che tiene conto delle leggi di costruzione, in primo luogo quelle che distinguono il vero dal falso e il bene dal male, alla fab­bricazione -, altra è anteporre l’atto realizzativo al concetto - la fabbricazione alla progettazione -, magari anche quest’ultima cancellando del tutto — una fabbricazione senza pro­getto, senza leggi, senza distinzione tra vero e falso eccetera —; in una parola: dalla teoria alla prassi, anteponendo la prassi alla teoria, che è a dire cancellando, annullando del tut­to la teoria. C’è una cosa più grave di questa?
Essa toglie all’atto umano quella coscienza di sé dovuta alla riflessione filosofica e teologica compiuta attraverso la cono­scenza (cioè la parola), e, tale conoscenza, sia diretta che per testimonianza (di fede). Ma se togliamo all’atto umano la co­scienza che le permette di avere la riflessione, facciamo del­l’uomo una formica, un rospo, una scimmia, un bue.
Sicché chi è invitato a seguire la “teologia-non-teologia del­l’Incontro”, o “dell’Evento”, o “della Persona” — prima tutti i giovani di CL e i fedeli dei tanti movimenti carismatici (focolarini, pentecostali, neocatecumenali, Taizé, Bose, Sant’Egidio eccetera), ora poi, per lenta ma costante osmosi, prati­camente tutta la Chiesa — si trova a dover affrontare realtà cui, come per il calcolo di stabilità di un edificio, non è as­solutamente preparato, mancandogli quelle basi acquisibili solo con la “teologia dell’Annuncio”, della Parola, del Logos, cioè dell’Insegnamento intorno a Quella Persona (che pur andrà incontrata, e al cui incontro tutto è subordinato, ma un giorno: solo in Paradiso).
In altre parole, l’amore non può precedere la fede, né la dottrina che lo disegnano e configurano in quell’amore lì (nel- l’“amore di dedizione”, o caritas), e senza le quali esso, privo di ogni individuazione, di ogni base, di ogni specificazione, di ogni distinzione, e di altre nozioni così, o almeno privo di tutte quelle specificazioni contenute in una corretta “teolo­gia dell’Annuncio”, verrebbe avvicinato, o persino identifi­cato, con le erronee nozioni di “amore” di altre confessioni religiose e persino di concezioni irreligiose e antireligiose, come infatti sta drammaticamente avvenendo nelle nostre società, prone ormai da tempo agli insegnamenti distribuiti a piene mani dal laicismo dittatoriale imperante.
Peggio. Quella che, spostata dal suo corretto luogo con­clusivo e finale, si impoverisce in una tutta fenomenologica, soggettiva ed esistenzialistica “teologia dell’Incontro”, o “del­l’Esperienza”, o “dell’Evento” (ma dire “esperienza”, o “even­to”, è dire Heidegger, è dire fenomenologia esistenziale e an­timetafisica), ha in cinquant’anni vanificato e reso del tutto obsoleta, di più: sgradevole, spregevole, insopportabile, la vera, santa, millenaria, e specialmente metafisica, oggettiva e dogmaticamente aletica “teologia dell’Annuncio”. Ha reso ir­respirabile l’unico luogo teologico della Chiesa che dovrebbe essere considerato assolutamente vitale a ogni altro passo (il quale passo, poi, comunque, non può che essergli successivo).
La “teologia dell’Incontro”, così santa, desiderabile e glo­riosa se posta nel suo luogo deputato, se posta cioè come la Terza Persona è posta dopo il Logos che è la Seconda, fa terra bruciata di ogni nozione che si presenti come legge, coman­do, giudizio di verità, con tutti i conseguenti contrappesi di obbedienza, obbligazione, anathema e peccato, sicché avvie­ne che il dogma, sulla strada luminosa e solare della comu­nione d’anime - direbbe qui il politologo Paolo Franchi, che così scrisse a proposito della tradizione politico-culturale dei cattolici democratici secondo i politici e i commentatori del momento -, il dogma, dicevo, viene lasciato lì, in mezzo alla strada, « come un cane morto » (Corriere della Sera, 3-9-13).

                [E. M. Radaelli – La Chiesa ribaltata]