mercoledì 4 giugno 2014

Sul Foglio del 31 maggio scorso è stato pubblicato questo articolo di S. Pillon, dal titolo “Dopo il divorzio breve tanto vale abolire il matrimonio concordatario” (le evidenziature sono le nostre):

Davanti alla decisione della Camera di approvare con un’improvvisa accelerazione il Ddl sul divorzio breve, riducendo a sei mesi i tempi per il divorzio concordatario, la chiesa cattolica ha un’unica possibilità per dare un forte segnale: denunciare il Concordato del 1929 come modificato nel 1985 rinunciando al matrimonio concordatario. Con l’avvento del divorzio breve, infatti, se il Senato lo approverà come è stato approvato ieri dalla Camera dei deputati, nella compiacenza quasi totale, il matrimonio concordatario non ha più ragion d’essere. Tanto vale tornare alla celebrazione del doppio matrimonio per chi si sposa in chiesa, così da meglio poter rappresentare che la chiesa cattolica intende il matrimonio come indissolubile. Diversamente, le coppie continuerebbero a considerare un unicum i due matrimoni che, ora più che mai, hanno fatto emergere la loro natura assolutamente differente. Per sempre, il matrimonio cristiano. A tempo determinato, il matrimonio civile. Che senso ha ingannare le persone continuando a offrire due “prodotti” tanto diversi in un’unica confezione? Ci sono gli estremi per la truffa in commercio! Sei mesi non servono neppure per fissare la data dell’udienza di separazione nella gran parte dei tribunali d’Italia e poiché il dies a quo del computo decorre dal deposito del ricorso per la separazione, in molti casi il divorzio e la separazione saranno contemporanei. Di fatto si è abrogata la separazione, tempo che avrebbe dovuto esser riempito di contenuti per consentire ai coniugi un ripensamento e una riconciliazione e che oggi invece si vuole semplicemente eliminare. I dati della Spagna sono eloquenti. Nel 2000 aveva un quoziente di divorzi tra i più bassi d’Europa (0,9 per 1.000 abitanti) insieme con l’Italia e l’Irlanda (0,7). Nel 2011, dopo l’introduzione della legge sul divorzio express voluta da Zapatero, il tasso di divorzio si è impennato in modo violento, raggiungendo i più alti d’Europa (2,2 per 1.000 abitanti) insieme con Belgio, Germania e altri. L’Italia è riuscita fino a oggi a mantenere tassi di divorzio molto bassi (0,9 nel 2011). Ma il divorzio è un bene o un male? Perché se è un bene, allora avanti tutta. Ma se è un male, perché permettiamo che passino legislazioni chiaramente in grado di incrementare senza controllo il numero dei divorzi? Un segnale forte, prima che la discussione passi al Senato, potrebbe dunque essere quello di minacciare l’uscita dal Concordato. La chiesa cattolica potrebbe così ottenere un ripensamento da parte del Parlamento, oppure, in caso di approvazione della legge, mettere quantomeno in salvo l’istituto giuridico del matrimonio cristiano evidenziandone la sua natura differente da quella del matrimonio civile. Paesi avanzatissimi tra cui Svezia e Stati Uniti, dopo aver negli anni scorsi agevolato in ogni modo la strada del divorzio, stanno ora affrontando le conseguenze sociali della dissoluzione della famiglia, e hanno dovuto fare precipitosamente marcia indietro prevedendo nelle loro legislazioni il “covenant marriage”, cioè il matrimonio indissolubile civile, preceduto da una adeguata formazione dei nubendi. Esattamente ciò che la chiesa fa da duemila anni. Forse siamo in tempo per saltare i passaggi e giungere direttamente alle conclusioni, proponendo alle coppie che lo vogliono un matrimonio davvero indissolubile e lasciando – a chi non ci crede – la possibilità di far ciò che gli pare. Forse così – tra fecondazione eterologa e legge sull’omofobia, tra matrimonio gay e proposte di legge sull’eutanasia – potremo tentare di salvare il tessuto sociale italiano dall’ennesimo strappo.


Il problema, e la domanda di cui conosco la risposta, è: oggi la Chiesa è capace e volenterosa di difendere l’istituto matrimoniale? Crede Essa stessa nell’indissolubilità del matrimonio? Crede ancora che il divorzio sia un male, contrario alla legge di Dio, da evitare e respingere? Forse no, vista la confusione volutamente scatenata, sull’ammissione alla Comunione dei divorziati risposati. La Chiesa, come spesso accade da qualche tempo, segue sempre – e in ritardo – le strade imboccate dal mondo. Cerca disperatamente di acquisire credibilità di fronte ad esso assumendo le stesse categorie concettuali. Tradendo così il suo Divin Fondatore, oltre che ogni sana razionalità. Il divorzio è un bene o un male? C’è qualche prelato, Papa compreso, che ha la capacità, la voglia e il coraggio, di dirlo forte e chiaro? Che senso ha crederlo e tacerlo, in nome di un’ipocrita laicità? Che ci stiamo a fare se non possiamo e dobbiamo partecipare alla vita politica? Che ci stiamo a fare se dobbiamo soltanto applaudire i dittatori di turno, sperando che siano un po’ clementi verso di noi, solo perché non denunciamo la loro follia? Sono certo che nessun grido si alzerà dalle stanze vaticane. Ci sarà, al massimo, qualche strigliata di facciata. Inutile. Buona solo per tranquillizzare i pavidi. Siamo in guerra e la stiamo perdendo malamente. L’ammutinamento è evidente. Chissà, forse fra qualche decennio qualcuno avrà il coraggio di parlare di nuovi silenzi del Papa e di scriverci una mole impressionante di libri. Chissà. Almeno stavolta avrebbero ragione.