sabato 21 giugno 2014

Forma Ordinaria del Rito Romano

In quel tempo, Gesù disse alla folla:
«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
[Gv 3,16-18]

Forma Straordinaria del Rito Romano

Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno». Queste cose disse Gesù, insegnando nella sinagoga a Cafarnao.
 [Gv 6,56-59]

«In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita». Ergo deduco che chi non mangia questa carne non avrà la vita. Ergo non avere la vita significa morire. Ergo chi non mangia questa carne muore. Ora qualcuno abbia il coraggio di spiegarmi com’è possibile sostenere evangelicamente la tesi che tutti si salvano, visto che non tutti mangiano di questo corpo.
Quante volte ci preoccupiamo più del pane quotidiano e non di quello celeste? Quante volte pensiamo più a riempirci lo stomaco e non a nutrire l’anima? Quante volte il nutrimento per l’anima viene visto come un refuso del passato, da pie vecchiette con il velo, che bisogna superare quanto prima per impegnarci a fare di questo mondo un paradiso? L’intenzione sarà anche lodevole, non è da escludersi, ma non è certamente evangelica. Ci si riempie la bocca di parole, citando la Parola, ma poi si ignorano questi passaggi essenziali, queste parole di vita eterna per eccellenza. Non che le altre siano da ignorare, ma non bisogna sceglierne solo alcune a proprio piacimento, ma prenderle tutte, a proprio vantaggio. Anche se può far male, anche se costa la nostra conversione. Eppure noi cattolici maturi contemporanei abbiamo la convinzione che davanti a Dio e alla Chiesa godiamo di diritti, tali da rivendicare per accostarci al Santissimo Sacramento. Diritti che se non vengono riconosciuti è perché è una chiesa maschilista, bigotta, ancorata a una mentalità retrograda, che non ode la brezza primaverile dello spirito, eccetera. Se l’autorità ecclesiastica cede (e come se cede!) non si è mai contenti e si continua a chiedere sempre di più. Questa è, qualora ce ne fosse bisogno, la dimostrazione del fallimento educativo cattolico degli ultimi decenni. Non parlo di fallimento dottrinale perché implicherebbe conseguenze serie e gravi, ma è indubbio che qualche difficoltà, dottrinale, oggi ci sia. E andrebbe risolta. Solo che dire la verità oggi fa paura. Non so se più per viltà del clero o perché hanno perso la fede. Probabilmente entrambi. Tanto che oggi quello che conta è quanti si è a strillare. Pretendendo di avere diritti sono sorti dei sindacati che, con le stesse prerogative laiche, pretendono di ottenere dal padrone (la chiesa) ciò che essa ingiustamente gli vieta. Ecco allora lettere al Papa per rimuovere il celibato, ecco allora pressioni mediatiche per ridiscutere il primato petrino, ecco allora titoloni sui giornali – anche e soprattutto sedicenti cattolici – perché la Chiesa si aggiorni, cambi registro, si apra al mondo, eccetera. Eppure sono decenni che si aggiorna e si apre per far entrare il mondo. Il mondo vi è entrato, i cattolici sono usciti per diventare tutt’altro, e la chiesa è rimasta miseramente vuota. Vuota anche del Suo Signore, eliminato dal posto d’onore all’interno della sua casa. La follia clericale ha inventato delle idiozie che a riferirle a una persona sana di mente verrebbe da ridere per la loro pochezza logica e teologica per giustificare la detronizzazione del Re dei re dal posto che gli spetta. Ecco allora chiese vuote e un clero con la pancia e la bocca piena di parole che non saziano né la pancia né il cuore dei fedeli. Un clero che rinuncia all’adorazione, a rendere al Suo Signore quello che è del Suo Signore, è un clero fallimentare. E anche nel peggiore dei modi. Servirebbe un’autorità che richiamasse all’ordine e punisse ogni tradimento. Ma l’autorità oggi è impegnata a cinguettare con chi non crede, a scandalizzare quei pochissimi che ancora credono e a far di tutto perché non si faccia come si è sempre fatto (anche negli ultimi decenni di totale disobbedienza).
Bisogna ripartire da lì, da quel piccolo pezzo di pane consacrato e da quella piccola goccia di vino consacrata. In quel poco, in quel niente, c’è tutto. Inginocchiarsi è poca cosa è vero, ma battergli le mani davanti, prenderlo in mano o trattarlo come semplice cibo, è il più grande crimine che si possa compiere. Poco cambia che possa avere il placet di un’autorità che ha serie crisi di identità.
Bisogna ripartire da lì, da quanto Gesù Cristo ci ha donato con il Suo Sommo Sacrificio. Tutto il resto è paglia, che puzza di zolfo.