mercoledì 19 febbraio 2014

Uno dei dati che i vaticanisti e molti “attenti” osservatori registrano è quello che viene definito l’”effetto Bergoglio” (qui e qui). Cioè il fatto che, dopo l’elezione di Francesco (ma probabilmente più che altro si vuole sottolineare dopo l’abdicazione di Benedetto XVI) molte persone si sono riavvicinate alla Chiesa e, soprattutto, al confessionale. Ci sono alcune considerazioni da fare. Innanzitutto ci verrebbe da domandarci se ci sono statistiche credibili che dimostrino i presunti danni fatti da Ratzinger nel suo pontificato. Dopodiché sarebbe da domandare a questi entusiasti se considerino la Chiesa per quello che è o, piuttosto, come una multinazionale. Perché solo in questo secondo caso hanno senso queste statistiche numeriche. Infatti, siccome questi “specialisti” delle cose sacre stanno fuori dai confessionali, non sanno cosa succede all’interno. Oltre a non saperlo pare loro non importare e, peggio, non ritenerlo rilevante. Se molti entrano in una libreria, ma non comprano nessun libro, possiamo dire che sono in aumento le persone che leggono o che è in aumento il fatturato dell’editoria? Perché è esattamente questo il sistema di valutazione. Ora, ovviamente, nemmeno io sto nei confessionali (se non in ginocchio come penitente), ma leggendo e ascoltando le “confessioni” di alcuni confessori i sospetti che le statistiche di certi esperti siano quantomeno faziose, ipocrite e infondate viene. Soprattutto se da un anno a questa parte, probabilmente suo malgrado – almeno spero -, assistiamo a un’esaltazione patetica, ridicola, delirante, pericolosa e controproducente, della persona di Bergoglio e non tanto del Successore di Pietro. Il consenso mediatico di Papa Francesco dovrebbe far riflettere piuttosto che gioire. Perché più che un segno di diffusione del Cristianesimo è, a mio avviso, il segnale di un grave problema. Infatti, la question del consenso mediatico di Papa Francesco è legata al fatto che il mondo non si sente interrogato da quello che il Pontefice dice di cattolico, ma si sente benedetto a continuare nella propria condotta che tutto è tranne che cattolica.
In questo senso il decantato aumento delle confessioni è tutto da dimostrare e, seppur fosse vero, potrebbe piuttosto rivelarsi per l’esatto opposto di quello che si vuole far passare. Infatti, basta leggere la riflessione di un sacerdote, oltretutto autorevole studioso, quale padre Giovanni Cavalcoli o.p., per capire quale fondamento e credibilità abbia tanto entusiasmo per questi numeri:

“Capita che chi viene in confessionale si ritiene in dovere, forse aspettandosi la lode dal confessore, di garantirgli di essersi comportato bene come farebbe un reo in libertà vigilata che regolarmente va all’ufficio di polizia per dichiarare la sua precedente buona condotta. Oppure ce chi scambia il confessionale per lo studio di un avvocato, al quale denunciare torti subiti o per il gabinetto di uno psicologo, al quale parlare delle proprie turbe emotive.
Altri sanno certamente che il sacerdote dev’essere un consigliere e un consolatore della sofferenza, per cui scambiano la confessione per un colloquio di direzione spirituale, e allora succede che non parlano dei propri peccati, ma dei propri “problemi”, magari cominciando a narrare la propria vita a partire da molti anni addietro.
Quello che soprattutto si nota, nell’attuale atmosfera di buonismo per cui si pensa di essere comunque e sempre innocenti, benintenzionati e in grazia di Dio, è la coscienza lassa, addormentata ovvero ottusa, drogata da una falsa teologia e una falsa pastorale che insistono su di un falso concetto della misericordia divina, sul fatto che ci salveremmo tutti, che l’inferno non esiste e che Dio perdona sempre, anche chi non si pente.
Del resto di cosa dovremmo pentirci se siamo tutti buoni? Dei due eccessi della coscienza, lo scrupolo (un tempo molto diffuso) e la rilassatezza, oggi si incontrano quasi sempre i rilassati, mentre gli scrupolosi, i perfezionisti e i rigoristi sono pochissimi. Si tratta di uno spirito tipicamente protestante, che al limite toglie ogni ragion d’essere allo stesso sacramento: “Dio è buono e perdona: di che cosa dovrei pentirmi?”.
La tendenza diffusa non è quella di esagerare la colpa ma di minimizzarla o addirittura di negarla. Capita a volte che il fedele non accetti neppure la norma morale, per esempio in campo sessuale, per cui evidentemente se la trasgredisce, non glie ne importa nulla. Magari lo dice al confessore candidamente, ma anche con una certa sup­ponenza, quasi in tono di sfida. Ma comprensi­bilmente il confessore, proponendogli di pentirsi, si sente opporre un rifiuto: “se non faccio del male, di che dovrei pentirmi?”. Non riescono non vogliono cogliere l’oggettività e l’universalità della legge morale o pensano di saperne di più del prete o del Magistero della Chiesa. Qui ovviamente mancano persino i presupposti per confessarsi.In questa atmosfera di buonismo e di soggettivismo, molti non credono all’esistenza della cattiva intenzione e della cattiva volontà, che pure sono costitutivi dell’essenza del peccato come materia della confessione: la cosiddetta “piena avvertenza e deliberato consenso”. Non c’è il falso o il cattivo; c’è solo il “diverso”. […] Insomma siamo in una situazione di grande confusione ed ignoranza. La mia impressione è che questi penitenti non siano curati dai loro confessori. Qua e là sono evidenti gli influssi criptoprotestanti, soprattutto riguardo alla tendenza buonista e “misericordista”, se così posso esprimermi.”
[padre G. Cavalcoli – Considerazioni sul sacramento della Penitenza in Liturgia culmen et fons, dicembre 2013]


                Capiamo quindi che, qui come altrove, molto – troppo – di quello che i media dicono di papa Francesco, è superficiale e strumentale.