lunedì 22 settembre 2014

Il Papa ha così parlato:

“Davanti a tante esigenze pastorali, davanti a tante richieste di uomini e donne, corriamo il rischio di spaventarci e di ripiegarci su noi stessi in atteggiamento di paura e difesa. E da lì nasce la tentazione della sufficienza e del clericalismo, quel codificare la fede in regole e istruzioni...” [link]

Il giornalista Francesco Peloso ha così commentato:



Il sottoscritto l’ha così interrogato:



Il suddetto giornalista ha così replicato:



Il dott. Peloso, dopo aver passato e concluso la discussione sul social Twitter è passato a pontificare su Facebook in questi termini:


Gli ho posto una domanda che è stata celermente rimossa (di cui non ho traccia, purtroppo, quindi la mia parola contro la sua). Nel frattempo avevo aggiunto su Twitter questa sacrosanta considerazione:



Fin qui l’illuminante scambio di domande e “risposte” sui social network. Alle quali sono seguiti i seguenti provvedimenti: rimozione dagli amici di Facebook e rimozione dai follower di Twitter. Non che non ci dorma la notte, ma la cosa mi ha colpito sotto diversi aspetti.
                Il primo: a che cosa ci stiamo a fare sui social network se poi non vogliamo (o possiamo) replicare a legittime ed educate domande?
                Il secondo: la falsa e ridicola distinzione tra progressisti e tradizionalisti pone i primi nella cerchia dei puri, di quelli buoni e misericordiosi e di quelli aperti al dialogo. I secondi, di conseguenza, tra i cattivi, i chiusi, i bigotti, gli ottusi, eccetera eccetera. Come ogni eterogenesi dei fini io (che sarei un tradizionalista) faccio domande (provo a dialogare) e come “risposte” ottengo dal giornalista suddetto (che dovrebbe essere un progressista, o almeno un non-tradizionalista) dei commenti stizziti e presuntuosi, la rimozione delle mie domande, il rimando ad altre fonti e l’eliminazione dalle sue cerchie di amici mediatici.
                Il terzo: questa distinzione tra progressisti e tradizionalisti, oltre che falsa a priori, è falsa anche nella pratica. E questi fatti lo dimostrano. Questi schemi, buoni al massimo per una chiacchiera tra amici, vengono disattesi alle prime schermaglie e rivelano tutta la loro inutilità e dannosità. Inutili perché non rispecchiano la realtà (le solite scemenze di distinguere i buoni da una parte e i cattivi dall’altra – guarda caso questa distinzione però avviene sempre da parte dei sedicenti buoni che rimproverano di farlo ai sedicenti cattivi -) e proprio perché non rispecchiano la realtà la falsano e ne danno un’immagine pericolosa. Io non sono nessuno, mentre il dottor Peloso è un giornalista, quindi con una maggior visibilità e, quindi, responsabilità. Non mi metto a sindacare sul suo lavoro, ci mancherebbe, ma in questa circostanza è palese il modo di comportarsi che ha assunto.
Il quarto: si rimprovera ai cosiddetti tradizionalisti di ingabbiare la fede, di codificarla (prendendo le parole del Papa), di saperne più del Papa e di interpretare quello che Egli dice (come il post di Peloso su Facebook), poi però nella realtà, almeno per questo episodio, è il dottor Peloso che si è, in qualità di giornalista, arrogato il diritto di destinare le parole del Pontefice a quella ipotetica categoria dei tradizionalisti.

Il quinto: il Papa ha, giustamente, condannato il clericalismo e quella tendenza a codificare la fede. Io, da grande peccatore, limitato intellettualmente, ma con la passione di essere e rimanere cattolico, non sto nella mente del Papa e – con tutti i miei limiti – vorrei sottrarmi di fare le pulci al Vicario di Cristo. Non ho, come il dottor Peloso mi suggeriva, la possibilità di consultare Papa Francesco. Ho provato a domandare a lui, ma egli non ha voluto (saputo?) rispondermi. E mi prendo la libertà in questo mio spazio di riflettere su questa questione. La fede, ovviamente, non è un insieme di regole. La fede, leggo dal Catechismo: “La fede è la virtù teologale per la quale noi crediamo a Dio e a tutto ciò che egli ci ha rivelato e che la Chiesa ci propone di credere, perché Dio è la stessa Verità. Con la fede l'uomo si abbandona a Dio liberamente. Perciò colui che crede cerca di conoscere e fare la volontà di Dio, perché «la fede opera per mezzo della carità» (Gal 5,6).” [Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica §386] La fede, quindi, è una virtù. Non è un’esperienza, un incontro, né tantomeno un insieme di regole e norme. Che cos’è una virtù? “La virtù è una disposizione abituale e ferma a fare il bene. «Il fine di una vita virtuosa consiste nel divenire simile a Dio» (san Gregorio di Nissa). Vi sono virtù umane e virtù teologali.” [Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica §377] e ancora, per completezza: “Sono le virtù che hanno come origine, motivo e oggetto immediato Dio stesso. Infuse nell'uomo con la grazia santificante, esse rendono capaci di vivere in relazione con la Trinità e fondano e animano l'agire morale del cristiano, vivificando le virtù umane. Sono il pegno della presenza e dell'azione dello Spirito Santo nelle facoltà dell'essere umano.” [Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica §384] Il Catechismo parla di virtù, di disposizione a fare il bene. Chi crede, prosegue il Catechismo, cerca di conoscere e fare la volontà di Dio. Conoscere prima, fare poi. Per conoscere, azzardo io (mi si corregga se sbaglio), bisogna porre dei limiti, tra ciò che è vero e ciò che non è vero. Se qualcuno sostenesse (domanda che se potessi porrei a Francesco Peloso) che la fede cattolica non contempla l’aiuto dei poveri e la misericordia (per fare due esempi), perché queste sarebbero delle codificazioni, lui cosa risponderebbe? Se qualcuno perseguisse, come tanti santi hanno fatto, la conoscenza di Dio, definendone alcune caratteristiche, farebbe un male alla fede? Il Catechismo di san Pio X recita: “Dio é l'Essere perfettissimo, Creatore e Signore del cielo e della terra.” Se qualcuno sostenesse – per fare un esempio concreto realmente accaduto - che Dio non è creatore e che quindi gli uomini sono frutto del caso o dell’evoluzione, e che quindi alcuni possono essere eliminati, perché privi della dignità che un essere creato da Dio avrebbe, sarebbe da applaudire perché si è sottratto alla codificazione della fede? O sarebbe da condannare come un criminale? E che cosa ci dice che questa tesi è un’aberrazione? La ragione innanzitutto, ma anche la fede, con tutta quella ricerca teologica che, con la grazia di Dio, ha saputo discernere ciò che è divino e ciò che non lo è. Facendo dei distinguo e ponendo dei limiti. La fede non sono né i distinguo né i limiti, ma essi sono necessari per permettere alla fede di essere tale, di essere qualcosa (mi si passi il termine rozzo) piuttosto che un niente dove tutti possono spacciare qualsiasi sostanza, anche la più nociva e criminale. Dire che un maschio è diverso da una femmina, è una codificazione dell’essere umano o una sacrosanta verità?