martedì 26 agosto 2014

Si fa un gran parlare, a dire il vero nemmeno troppo considerando che meriterebbe più attenzione, sui silenzi di Papa Francesco in merito alla mattanza dei cristiani in Iraq. Papa Francesco è uno che parla su tutto e tanto e stupisce questo reiterato silenzio. Quando ha parlato, lo nota benissimo Antonio Socci, è stato anche peggio del silenzio, avendo detto cose ovvie, a metà e senza avere il santo coraggio di nominare e denunciare chi sono gli aggressori e carnefici. C’è chi sostiene che il Papa dovrebbe essere più chiaro, anche specificando i massacratori, senza nascondersi dietro un generico nome di “terroristi” così come essere più coraggioso nel chiamare per nome (cioè “cristiani”) i perseguitati e non accontentarsi anche qui di un vago “minoranze religiose”.
Si fa fatica anche solo a ragionare all’interno della cattolicità (esiste ancora?) perché ragionare significherebbe interrogarsi sul pontificato di Bergoglio. Questo è mediaticamente ed ecclesialmente intollerabile, considerando che egli è il Papa del #comeluinessunomai (la borsa nera, le scarpe nere, la croce d’argento, le utilitarie, eccetera). Sono passati i tempi di ratzingeriana memoria in cui mostrare fedeltà al Papa era motivo di ingiuria e calunnia. Sono passati i tempi in cui pur di silenziare il Papa non ci si è sottratti a montare, con l’inevitabile complicità del clero, un caso internazionale di pedofilia e furti di carte private di cui oggi, a distanza di nemmeno due anni, sembra tutta acqua passata. Il sospetto (certezza) che esso fosse un grimaldello per screditare il Pontefice allora regnante è alto; così come è alto lo smarrimento di fronte al fatto che oggi il Successore goda di una popolarità immensa e che questo parlare benissimo di Lui da parte di tutti non è, semplicemente, evangelico (cfr Lc 6,26). Sono passati tanti tempi e altrettanti pontificati. È interessante, come sintesi, riportare e ricordare l’atteggiamento dei Papi e dell’opinione pubblica (contemporanea e datata) su quelli che nei decenni sono stati considerati i “silenzi del Papa” o, al contrario, la Sua imprudenza nel parlar troppo.
Il primo, emblematico e storico caso, è quello relativo all’annosa questione dei silenzi di Pio XII. Papa Pacelli è colpevole, a detta della vulgata comune, di aver taciuto di fronte agli orrori del nazionalsocialismo e di non aver denunciato pubblicamente, duramente e in maniera incontrovertibile, i crimini che si andavano perpetrando specie, anche qui seguendo la vulgata comune, contro gli ebrei. Si sostiene (lasciamo agli storici questo tipo di valutazione) che le parole del Papa, se anche non sarebbero state in grado di frenare quell’abominio, avrebbero almeno lasciato un messaggio. L’apologetica cattolica, così come pure una seria ricerca storica (le due, oltretutto, devono andare a braccetto), mostrano come Pio XII non abbia né taciuto, né sia stato complice di Hitler (come i libri nelle librerie e l’opinione pubblica continuano a sostenere e credere), né tantomeno è rimasto impassibile e inerte davanti a quella atroce strage di innocenti, anzi. Basti ricordare, tra le infinite prove indiziarie, quanto disse Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica di Roma, davanti a Benedetto XVI che il 17 gennaio 2010 andò in visita alla Sinagoga di Roma: “Se sono qui a parlare da questo luogo sacro, è perché mio padre e mio zio Raffaele z.l. trovarono rifugio nel Convento delle Suore di Santa Marta a Firenze.” Forse questo, più di tante pubbliche denunce (che quando ci furono scatenarono reazioni incontrollate di vendetta da parte dei nazisti) è l’operato che testimonia l’infondatezza di tante pretestuose accuse a Papa Pacelli. Ma questo, dicevamo, è dovere degli storici. Qui abbiamo ricordato quello che viene considerato il silenzio per antonomasia di un Papa di fronte a una strage.
Di tenore diametralmente opposto furono le conseguenze di fronte alle parole, non un silenzio, di un altro Papa, Benedetto XVI, non in tempo di guerra come fu per Pio XII, quando, il 12 settembre 2006, nell’ormai celebre lectio magistralis di Ratisbona disse, citando Manuele II Paleologo: “Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava". Feroci le reazioni del mondo laico che accusarono Ratzinger di fomentare l’odio religioso, di aver aggredito l’Islam e di tutti i mali possibili e immaginabili. Il pontificato benedettiano passerà alla storia per gli attacchi subiti, quindi non è questa la notizia. Così come non è una notizia che le parole di un Papa suscitino scandalo (ci si dovrebbe interrogare quando ciò non avviene o avviene l’esatto contrario).
È però interessante notare come nel passato, più e meno recente, ci si sia schierati su fronti opposti, sempre però nell’intento di attaccare e screditare il Papa di turno. Perché è questo, inevitabilmente, quello che fa il mondo: screditare il suo avversario. Se non lo screditasse non sarebbe il suo avversario: o perché egli si è fatto suo simile o perché il mondo si è fatto cristiano. E questo non ci risulta.
Oggi si è in una nuova ed inedita fase che, come detto all’inizio, suscita perplessità: il Papa non viene attaccato. Questo genera nel credente perplessità e lo storico registra un dato di fatto. A prescindere delle interpretazioni che se ne vogliono dare e senza dubitare del lavoro diplomatico e umanitario che Bergoglio sta facendo in favore delle vittime delle persecuzioni in Iraq, c’è da riflettere seriamente (e velocemente) sullo stato comatoso in cui si è ridotto il mondo cattolico, specie quello dei cosiddetti vaticanisti. Con Francesco e Benedetto XVI si sono usate e si usano due pesi e due misure. In questo modo non c’è possibilità di confronto. Ma anche non volendo fare paragoni, che lasciano il tempo che trovano, risulta invece significativo questo papalinismo dei giornalisti delle cose vaticane che non si interrogano e non replicano alle critiche rivolte all’operato di Bergoglio, ma semplicemente pretendono di sottrare la questione dalla riflessione pubblica. Invece di difendere il Papa e il suo operato, lo spediscono – più o meno loro malgrado – nell’empireo del mito, sottraendoLo dalla storia e dal giudizio sulle sue scelte.
Tutto questo non aiuta e, oltre che a essere patetico, è nocivo per la maturazione di un laicato cattolico ormai orfano di un fronte comune. Fronte comune spaccato proprio e soprattutto dai media che, come se fossero i nomi di prestigio del calciomercato estivo, hanno fatto del papa e del papato una questione di tifo. Tutto questo, però, è nocivo anche per il Papa stesso.