Un tavolo verde. Persone sedute intorno a quel tavolo. A volte qualcuno si alza con volto felice. Altrettante e più volte, qualcuno si alza con volto triste, sconfortato e corrucciato; e a testa bassa lascia deluso il tavolo da gioco. Sì, lì si gioca. Avvicinandosi e cercando di capire cosa accade ogni giocatore ha delle carte in mano. A volte qualcuna la scarta e ne prende tante quante ne ha scartate. E poi si puntano dei soldi. O rappresentazioni di soldi. Essendo un gioco per certi aspetti si finge. Ma poi quando si torna alla realtà, essa occupa il posto della finzione e il denaro riacquista tutto il suo splendore e il suo fascino di potere. Credo si giochi per quello. Denaro e potere. Che potremmo riassumere in una parola: felicità. Lì si gioca per essere felici. Non che la felicità consista nel denaro o nel potere, ma queste spesso sono credute come i più alti esemplari di felicità. E il gioco del poker, questo il gioco che si pratica a quel tavolo, è una perfetta parabola della felicità dell’uomo. O meglio: della sua ricerca della felicità. Conviene fare prima un passo indietro e soffermarci su un uomo qualunque, e sul suo stato d’animo prima di sedersi a un tavolo da gioco. È un uomo comune. Come tanti. Come tutti. Ricco, povero, maschio, femmina, bambino, adulto, disoccupato, lavoratore, studente o imprenditore. Tutti hanno in comune una sola cosa: voler essere felici. E tutti, nonostante qualcuno gli abbia detto che la felicità non esiste, si ostinano a cercarla. Lo fanno sia perché vedono che qualcun altro è felice, e poi perché la loro condizione di insoddisfazione non gli permette di vivere. Al massimo sopravvivono. Ma sopravvivere porta ad annaspare, ansimare, soffocare e poi annegare. La sopravvivenza porta alla morte. Nessuno vorrebbe morire, per quanto si sa che alla fine per tutti accade. Nel frattempo si cerca di evitare di pensarci e di vivere serenamente. La natura stessa della vita costringe a cercare la felicità. Ma qui sorge il più grande problema della storia: non si trova. Capita che essa si confonda con qualcos’altro che si crede, esser la felicità, ma poi quando si ottiene, si scopre che è peggiore della sabbia tra le dita: scivola veloce fino a scomparire e a lasciare qualche granello di sé; sempre troppo poco rispetto a ciò che ci serve. Allora ci si dà da fare, si va in cerca della felicità. Si chiede a chi l’ha già incontrata. Si chiede a chi sa dove trovarla. Generalmente, purtroppo, la risposta che riceviamo è delle più pericolose: la felicità, ci dicono, te la dai da te stesso. Te la costruisci tu. Determini tu ciò che ti rende felice. Sei tu il creatore del tuo bene. Tu determini il tuo destino. Traducendolo nelle varie forme, il succo è questo. Allora l’uomo che cerca la felicità va in giro e, magari allettato da cose accessorie, si siede al primo (o anche al secondo o al terzo, è uguale) tavolo da poker. E qui inizia la sua annosa ricerca della felicità. Sì perché la felicità per l’uomo è come una partita a poker. Ti siedi e hai in dotazione una discreta somma di denaro, finta o reale che sia. Che punti nei vari turni di gioco. Giochi e perdi. Giochi e vinci. Giochi e perdi di nuovo e può darsi che continui a perdere come continui a vincere. Hai le tue carte in mano, che non scegli tu. Al massimo puoi fare dei cambi, ma anche le nuove carte non le puoi scegliere. Capitano. In mano hai cinque carte che possono essere tutto, come niente. Provi a fare combinazioni, supposizioni. In base a queste fai le tue puntate, fai i tuoi ragionamenti e decidi se, quante e quali carte cambiare. E giochi. La vittoria è nelle sue forme molto variegata. A volte vinci con una doppia coppia. A volte addirittura con un bluff. Altre volte ancora grazie all’abbandono degli avversari. Oppure grazie a un buon punteggio che si ha in mano. Ad esempio quando nelle cinque carte iniziali che hai trovi due coppie di carte e una quinta diversa. Una doppia coppia. Un discreto punteggio: poco per provare a vincere. Allora scarti la carta diversa. Tutto dipende dalla carta che entra, non da te. Se è uguale a una di quelle che hai già fai un full: un ottimo risultato. Altrimenti rimani con la tua discreta doppia coppia. E la frustrazione è alta. Raggiunge il picco quando hai quattro carte uguali, un poker, le possibilità di vincere sono ottime. Allora punti molto, investi su quella giocata, sei convinto di aver raggiunto la tua meta. E cali la tua giocata. Con il sorriso di chi sa di aver vinto e anche di classe. Capita però che con un poker perdi: qualcun altro ha una scala reale. Così è per la felicità. Sei lì convinto di averla trovata e c’è qualcuno più felice di te. Credi di averla conquistata e c’è qualcuno che la porta via. Sei convinto di averla costruita e scopri che essa è un idolo, vuoto e falso, perché costruito da te. Le conclusioni sono due: la disperazione o la rettitudine. Disperi perché credi che a te non sia stata riservata una seppur minima parte di felicità. Oppure capisci che non puoi dartela da te stesso e che essa è un dono che può darti chi ti conosce e sa di cosa hai bisogno. Essendo un dono non è un diritto e non possiamo appellarci a nessun tribunale per pretenderla e ottenerla. Magari c’è chi può renderti felice, ma non lo fa. Non puoi costringerlo a farlo, perché la felicità svanirebbe ed esso ti darebbe quello che tu vuoi, superando lo stupore del dono e la gioia della gratuità. Ecco allora che la felicità non è un diritto né un prodotto umano. Non la determiniamo da noi stessi. Però possiamo darla alle persone che amiamo. Spesso doniamo tristezza e lacrime, non gioia e serenità. Non siamo il padreterno che possiamo rendere tutti felici. Qualcuno sì. Magari proprio quel qualcuno che non è in grado di rendere felice te. Ma la felicità, come l’amore, non è un baratto. Non si dà perché poi si riceve in cambio. Si dà perché rende felice l’altro. Tenerla per sé non basta, non serve. Non ti rende felice. Ti rende felice solo nella natura in cui la doni. E ti doni.