lunedì 2 maggio 2011

Si parla di “passo avanti nella lotta contro il male”, di “mondo migliore”, di “giustizia”, di “vendetta”. Si esulta per l’uccisione di un uomo. Si pensa che questa, risolva i problemi del mondo. Si pensa che il male si accentri tutto sopra un essere umano. Mettono profonda inquietudine mista a cristiana pietà, gli americani scesi in piazza per festeggiare questo evento. In un mondo positivista, segnato dal progresso, dalla fiducia nelle proprie capacità, un evento come quello di dieci anni fa destabilizza. Fa capire di non essere onnipotenti. Di essere deboli, fragili, mortali. E fin qui ci sta. È la realtà. L’uccisione di Bin Laden scatena reazioni opposte. Fa credere di essere forti, potenti, invincibili, eterni. E non è così. Aldilà dei discorsi tattici, politici e internazionali che non m’interessano, non è l’uccisione di Bin Laden a risolvere la questione del terrorismo, né tantomeno il problema del male. Non riesco a immaginare un mondo migliore. Forse lo penso peggiore. Gli attentati, le rivendicazioni, le vendette si scateneranno. Coloro che parlano di vendetta compiuta si preparino a subirne un’altra. Perché il male è così. Genera male. Un vortice difficile, sempre più ci si addentra, da fermare. È un’eresia, oltre che una mattanza, immaginare e tentare di realizzare una civiltà di giusti. Di eletti. La civiltà dei buoni. Il male colpisce tutti. Indistintamente. Dal più grande al più piccolo degli uomini. Sapersi perfetti puzza. Di zolfo. E quale posto sa di zolfo è presto detto: l’inferno. L’inferno non è l’undici settembre duemilauno. È peggiore. E ci finisce chi pensa di non meritarlo. Umiltà. Preghiamo per possederne di più. Per questo mondo bislacco che pensa di eliminare la morte uccidendo. Concludo con le parole del beato Giovanni Paolo II che, grazie anche alla vera umiltà del suo Successore, nella giornata di ieri ci ha fatto davvero sperare in un mondo veramente (e non retoricamente) migliore. “[…] eleviamo a Dio la nostra preghiera perché l’amore possa soppiantare l’odio e, con l’impegno di tutte le persone di buona volontà, la concordia e la solidarietà possano affermarsi in ogni angolo della terra.” [Udienza generale, 14 settembre 2002]
Trovo conforto nella lettura dell’autobiografia di Sant’Ignazio di Loyola (Il racconto del Pellegrino, Adelphi, 2011), il fondatore della Compagnia di Gesù. Vi trovo consolazione perché scopro che anche questo santo ha avuto una vita travagliata. Aldilà dei singoli episodi che possono capitare, delle situazioni in cui si può incorrere e del piano che Dio può disporre, quello che emerge è un uomo che si tormenta di dubbi. Che non sa cosa fare. Queste incapacità non è però fonte e giustificazione di inedia. Si affida a Dio. Quest’affidamento passa per un atteggiamento che può sembrar banale e pagano, ma che forse è proprio quello più cristiano. Eccone un esempio: “Gli sopravvennero allora degli impulsi che portavano lo scontento nella sua anima, sembrandogli di non aver fatto il suo dovere […] E allora, stanco di esaminare che cosa fosse bene di fare, non trovando cosa certa a cui risolversi, decise così, ciò che avrebbe lasciato andare la mula a briglia sciolta fino al punto in cui si dividevano le strade; e se la mula avesse preso la strada del villaggio sarebbe andato in cerca del moro […]; e se non fosse andata verso il villaggio, ma se avesse preso la strada maestra, lo avrebbe lasciato stare.” Ne prendo atto per me che ho le stesse difficoltà e la stessa angoscia dovuta a dubbi, domande, riflessioni. Per me che sono tormentato dalla ricerca del vero, di cosa sia giusto fare. Sono circondato da persone che mi dicono che il giusto non esiste. E allora non è vivere ma campare. O che se esiste è quello che mi sento di fare all’istante. Conosco la mia miseria e dubito fortemente che i miei istinti coincidano anche solo minimamente con il vero e con il giusto. E c’è anche una terza, minuta, categoria: quelli che mi dicono che capire cosa sia giusto fare è semplice, evidente. Sarò limitato io (la cosa non mi stupirebbe), ma non capisco. Allora proverò a fare come Sant’Ignazio.